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Cronaca 3 min di lettura6 giorni fa

Lombardia, il racconto del pentito svela una ‘ndrangheta senza freni

Nel verbale di Francesco Bellusci emergono auto incendiate, armi in circolazione e pestaggi usati per imporre il controllo tra Magenta, Legnano e Varese.

Francesco Bellusci, nel secondo interrogatorio in aula nell’inchiesta Hydra, ha descritto un sistema in cui la violenza bastava da sola a dettare legge. Auto incendiate, minacce ai carabinieri, armi facili da reperire e regolamenti di conti in piena piazza compongono il quadro che il collaboratore di giustizia attribuisce alla ‘ndrangheta attiva nell’Alto Milanese.

Il suo racconto, riferito al contesto di Legnano e dei comuni tra Magenta e Varese, ribalta l’idea di una mafia lombarda soltanto finanziaria. Secondo Bellusci, nel territorio il potere dei clan si mostrava in forma diretta e brutale, con istituzioni locali esposte e cittadini abituati a convivere con una presenza che, a suo dire, si imponeva senza bisogno di mediazioni politiche.


Auto bruciate e messaggi ai carabinieri

Il nome che Bellusci indica come punto di riferimento è quello di Giacomo Cristello, che definisce una figura centrale della locale di Legnano. È da lui che avrebbe ricevuto il via libera per incendiare due vetture della Polizia locale di Robecchetto con Induno, dopo che un vigile stava raccogliendo informazioni sui suoi movimenti bancari.

Il collaboratore ha raccontato di aver agito in prima persona, raggiungendo il posto in bici con una tanica di benzina. Le due auto, una Punto e una 147, sarebbero state danneggiate nei tergicristalli. Bellusci ha aggiunto che per due anni il Comune sarebbe rimasto senza mezzi e gli agenti avrebbero dovuto spostarsi a piedi.

Lo stesso schema, secondo il suo verbale, avrebbe riguardato anche un carabiniere considerato “fastidioso” perché faceva bene il suo lavoro. Bellusci ha spiegato di aver pensato di colpire la sua auto, una Punto verde, ma Cristello avrebbe bloccato il piano per il rischio di attirare l’attenzione delle forze dell’ordine.


Un arsenale tra bar e piazze

Nel racconto del pentito, le armi circolavano con facilità. Bellusci ha parlato di un armiere di Cuggiono che, a suo dire, forniva colpi in abbondanza, costruiva munizioni su richiesta e avrebbe persino consegnato falsi tesserini delle forze dell’ordine. Lo stesso canale sarebbe stato usato per dotarsi di una mitraglietta Uzi.

Quell’arma, ha riferito, venne impiegata nel 2014 durante il tentativo di evasione di Mimmo Cutrì dal Tribunale di Gallarate. In quell’azione morì il fratello, raggiunto dai colpi. Bellusci ha poi richiamato altri episodi legati alla famiglia Cutrì, parlando anche di una casa in cui, sopra un tavolo, c’erano numerose armi.

La logica, ha spiegato, era quella di mostrare forza e incutere timore. A Cristello, secondo la sua versione, interessava che il rispetto arrivasse attraverso la paura. Un uomo che dava problemi in un bar di Samarate sarebbe stato colpito con una spranga fino a perdere un occhio, proprio per mandare un segnale al paese.


La gara di potere dentro il clan

Bellusci ha ricostruito anche la scalata criminale di Cristello, raccontando i suoi legami con la famiglia Giampà e con un uomo conosciuto nel carcere di San Vittore, il figlio di Silvio Farao. Sempre secondo il collaboratore, da lì sarebbe nata un’affiliazione formale e una riunione con Cenzo Rispoli per distribuire il controllo del territorio tra Samarate e Magenta.

Tra i passaggi più tesi del verbale c’è l’agguato a Pino Davoli, nel 2005, durante il quale Cristello avrebbe aspettato la vittima sotto casa e le avrebbe sparato alla pancia. Bellusci ha ricordato anche un altro episodio davanti al Capriccio di Arconate, dove sarebbero partiti colpi di mitra contro chi non aveva saldato la droga al fratello Francesco Cristello.

L’ultimo episodio citato riguarda Buscate, nel cuore del paese, durante il rosario per la morte del padre di Cristello. In piazza, mentre gli uomini del gruppo restavano ai tavolini, Francesco Cristello avrebbe insultato i presenti. Poco dopo, sempre secondo Bellusci, Giacomo Cristello gli avrebbe sparato con una calibro nove ricevuta nei giorni precedenti dallo stesso collaboratore. Il nome del fratello, in seguito, è finito al centro dell’arresto di Cristello, che si sarebbe poi consegnato

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