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Cronaca 2 min di lettura1 ora fa

Jhoanna Quintanilla, la sentenza scuote l’aula: ergastolo al compagno

Pablo Gonzalez Rivas è stato condannato per l’uccisione della compagna, trovata mesi dopo nell’Adda: in aula il dolore e la protesta delle amiche

Applausi, lacrime e cartelli contro la violenza sulle donne hanno accompagnato la lettura della sentenza a Milano. La Corte d’Assise ha inflitto l’ergastolo a Pablo Gonzalez Rivas, ritenuto responsabile della morte di Jhoanna Nataly Quintanilla, 40 anni, uccisa nel gennaio 2025.

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La reazione dopo la condanna

Le amiche della vittima hanno accolto il verdetto mostrando immagini sorridenti di Jhoanna e la scritta «stop femminicidio». Marlen, tra le persone presenti in aula, ha definito la pena adeguata non soltanto per la donna uccisa, ma anche come risposta alle altre vittime di violenza.

«Mi dispiace che lui non sia qui, in questa aula, a sentire la sua condanna», ha aggiunto Marlen. Con la voce rotta dall’emozione, ha sottolineato che le amiche di Jhoanna sono rimaste unite: «Siamo una comunità e siamo qui per dire che le donne non si toccano neanche con un dito».


La ricostruzione dell’omicidio

Gonzalez Rivas, 50 anni, è stato giudicato colpevole di omicidio volontario aggravato dai futili motivi e dal legame affettivo con la vittima, oltre che di occultamento di cadavere. La decisione è stata presa dai giudici milanesi guidati dalla presidente Antonella Bertoja.

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Jhoanna fu colpita il 25 gennaio 2025 nel monolocale condiviso con il compagno, in piazza dei Daini, nella zona Bicocca. L’uomo segnalò la sua scomparsa soltanto dopo una settimana; il corpo, chiuso in una valigia, venne recuperato il 2 marzo nel fiume Adda, nel territorio di Zelo Buon Persico, in provincia di Lodi.


Una versione respinta dagli investigatori

Durante gli interrogatori, l’imputato aveva sostenuto che la morte fosse avvenuta accidentalmente nel corso di un gioco erotico. Secondo il suo racconto, avrebbe provocato senza intenzione la frattura del collo della compagna.

Questa ricostruzione non ha trovato conferma nelle conclusioni dell’autopsia, secondo cui la donna sarebbe stata prima percossa e poi soffocata. Gli elementi raccolti hanno portato l’accusa a contestare una responsabilità volontaria e anche la successiva gestione del cadavere.

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