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Cronaca 2 min di lettura53 min fa

Guerre lontane, effetti vicini: l’allarme di Nello Scavo

Il giornalista richiama l’attenzione sul legame tra conflitti, fame, clima, migrazioni e conseguenze che raggiungono anche le società occidentali.

Le crisi internazionali non restano confinate nei Paesi in cui esplodono. Fame, sfollamenti, instabilità dei mercati e cambiamenti climatici producono effetti a catena, mentre le emergenze meno raccontate rischiano di scomparire dal dibattito pubblico. È il punto richiamato da Nello Scavo, inviato speciale di Avvenire e autore della prefazione al Rapporto CESVI sull’Indice Globale della Fame 2026.

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Le guerre arrivano anche qui

Secondo Scavo, occuparsi dei conflitti significa considerare anche le ricadute sulle nostre economie e sulla vita quotidiana. Instabilità politica, crisi energetiche e difficoltà negli approvvigionamenti possono incidere sui mercati occidentali, come dimostrano gli effetti visibili persino sul costo del carburante.

«La guerra non è mai una cosa che non ci riguarda, anche se può sembrare lontana», osserva il giornalista. Il rapporto, aggiunge, permette di ricostruire l’origine delle crisi, comprenderne gli sviluppi e valutare le conseguenze che potrebbero manifestarsi nei prossimi anni.


Fame e clima spingono alla fuga

Tra gli scenari esaminati c’è quello della Somalia, dove Scavo è tornato dopo la missione compiuta nel 2011. Il Paese continua a confrontarsi con scontri, povertà e carenze alimentari, aggravate dalla combinazione tra conflitto e cambiamento climatico. Allo stesso tempo, il lavoro di organizzazioni come CESVI rappresenta un sostegno per le comunità che rimangono sul posto, spesso perché non hanno una via di fuga.

Il giornalista mette in guardia anche dalla diminuzione degli aiuti umanitari. Una risposta internazionale più debole può spingere un numero crescente di persone a lasciare le proprie case, alimentando sfollamenti e migrazioni invece di ridurli. Nel caso somalo, ricorda Scavo, la fame fu impiegata come strumento di guerra: la popolazione venne privata delle risorse, molte persone furono costrette a dirigersi verso il Kenya e lo svuotamento dei centri abitati agevolò l’avanzata delle milizie Shabaab.

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Le crisi dimenticate non spariscono

La Somalia è anche l’esempio della necessità di tornare nei luoghi già raccontati e verificarne i cambiamenti nel tempo. Dichiarare concluso un conflitto o voltare pagina quando l’attenzione diminuisce può impedire di vedere nuove emergenze e segnali di deterioramento.

Nel rapporto trova spazio anche il fenomeno climatico El Niño, associato a possibili conseguenze pesanti per milioni di persone. Secondo Scavo, nei prossimi mesi molti potrebbero essere costretti a spostarsi non per scelta, ma per cercare acqua o cibo.


Il dovere di raccontare

Per l’inviato, l’informazione ha il compito di raggiungere le aree che restano fuori dai circuiti mediatici. L’assenza di immagini e contenuti sui social non significa che una crisi non esista: in Somalia, Sudan e Sud Sudan vivono milioni di persone prive di accesso alla tecnologia, mentre le loro vicende rimangono spesso invisibili.

«Non dobbiamo cadere nella trappola secondo cui ciò che non è visibile sul nostro telefonino o sui nostri display non esiste», afferma Scavo. Documentare direttamente i fatti, mantenere l’attenzione sulle emergenze e mostrare il legame tra fenomeni lontani e conseguenze globali può aiutare ad affrontare problemi destinati, altrimenti, a diventare ancora più difficili da gestire.

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