Garlasco, il caso Sempio si infiamma: il mistero delle intercettazioni
Le conversazioni della famiglia, tra timori per il Dna, reperti da analizzare e accuse rivolte agli ex consulenti della difesa
Un passaggio sulle telefonate del sottufficiale Silvio Sapone riaccende i dubbi della famiglia Sempio sul materiale raccolto durante l’inchiesta. Andrea racconta che Armando avrebbe recuperato le registrazioni e che, tra queste, mancherebbe proprio una conversazione con Sapone, contatto che lui aveva deciso di affidare a Soldani perché non si fidava dell’interlocutore.
Il nodo delle intercettazioni mancanti
Secondo il racconto di Andrea, Sapone lo avrebbe cercato per incontrarlo lontano dalla caserma. Il giovane, però, avrebbe preferito non gestire direttamente il rapporto e avrebbe coinvolto Soldani. Nelle conversazioni registrate, Sempio sostiene che quella telefonata sarebbe avvenuta prima dell’attivazione delle intercettazioni a suo carico.
Il riferimento compare negli atti insieme ad altri dialoghi ritenuti utili dagli investigatori per ricostruire il clima vissuto dalla famiglia. Le parole intercettate non rappresentano, da sole, una prova definitiva e il loro significato resta inserito nel quadro degli accertamenti sull’omicidio di Chiara Poggi.
L’impronta divide la famiglia
Un altro fronte di tensione riguarda Luciano Garofano, ex comandante del Ris e, in una fase, consulente della difesa di Sempio. Daniela Ferrari lo accusa, insieme all’avvocato Gian Luigi Tizzoni, legale dei Poggi, di temere che gli approfondimenti possano portare a una ricostruzione diversa da quella legata alla condanna di Stasi.
Al centro dello scontro c’è l’impronta 33, individuata sulle scale della villetta. La madre di Andrea ritiene che quella traccia non debba avere un ruolo decisivo, poiché l’accusa nei confronti del figlio si fonda soprattutto sul Dna. La Procura, nelle conclusioni investigative depositate nel 2026, ha però dato rilievo anche a una traccia di calzatura.
Catenina e Dna, la paura dei Sempio
Il timore di nuovi esami scientifici emerge con particolare evidenza quando Daniela Ferrari parla della catenina portata da Chiara al momento della morte. La donna teme che il gioiello possa aver raccolto materiale genetico dal pavimento durante il trascinamento e che questo possa creare ulteriori problemi ad Andrea.
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La catenina si inserisce nel più ampio esame dei reperti entrati in contatto con la vittima. Tra gli oggetti considerati meritevoli di verifiche figurano anche altri gioielli. In famiglia si discute inoltre del possibile movente: alla domanda della madre su ciò che Chiara avrebbe potuto scoprire, Andrea ragiona sulla diversa importanza che un fatto può assumere per chi commette un delitto, senza indicare una spiegazione concreta per l’omicidio.
Il timore del carcere e le misure
In una diversa conversazione, Daniela e Giuseppe Sempio affrontano il rischio che le iniziative investigative possano peggiorare la posizione del figlio. La madre teme perfino di dovergli portare le arance in carcere, mentre il padre collega l’esito della vicenda soprattutto agli accertamenti genetici. Andrea, intanto, continua a respingere ogni responsabilità per la morte di Chiara.
La donna contesta anche le misurazioni del piede eseguite sul figlio a distanza di quasi vent’anni dai fatti. Sottolinea che Andrea pesa circa venti chili in più, ma conserva lo stesso numero di scarpe, il 44. Gli investigatori hanno confrontato queste caratteristiche con le impronte rilevate nella villetta, valutando la possibile compatibilità con la scena del delitto.
Lo sfogo contro i Poggi
Il clima familiare appare ancora più duro in una registrazione dell’autunno del 2025. In quel contesto Daniela Ferrari pronuncia un’invettiva contro Chiara e i suoi familiari: «Maledetta Chiara, i Poggi e il porco che non li fa morire... maledetta». Lo sfogo arriva a quasi vent’anni dall’uccisione della ragazza, avvenuta il 13 agosto 2007.
Le conversazioni sono state raccolte mentre Andrea Sempio, oggi 38enne, è tornato a essere indagato per l’omicidio. Nei dialoghi compaiono discussioni su difesa, reperti, analisi genetiche e possibili strategie processuali. Si tratta del quadro di preoccupazione descritto dagli investigatori, non di conclusioni giudiziarie definitive sul significato di ogni singola frase.
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