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Cronaca 4 min di lettura5 giorni fa

Fideuram, la voce clonata dall’IA e i 39 milioni svaniti

Una falsa operazione bancaria ha convinto manager e tesoreria a disporre trasferimenti per 95 milioni: recuperati 55, mentre l’indagine punta anche a un informatico israeliano.

La truffa è iniziata con una telefonata WhatsApp apparentemente credibile e si è trasformata in una serie di ordini di pagamento per 95 milioni di euro. A parlare, però, non erano i dirigenti indicati ai destinatari: le voci sarebbero state generate dall’intelligenza artificiale. Alla fine Fideuram è riuscita a recuperare 55 milioni, mentre 39 milioni sono stati trasferiti su altri conti esteri e poi verso circuiti legati alle criptovalute.

La ricostruzione è contenuta in un decreto di sequestro preventivo del Tribunale di Milano, emesso a maggio in un procedimento composto da cinque pagine. Tra gli indagati figura un informatico israeliano, accusato di truffa aggravata e ritenuto vicino a una rete che avrebbe utilizzato numeri telefonici attivati online.


La telefonata che ha aperto la breccia

Il primo contatto risale al 23 febbraio, quando Paolo Molesini, ex presidente di Fideuram-Intesa, riceve un messaggio sul cellulare aziendale. Il mittente lo chiama da un numero diverso da quello abituale, ma si presenta come Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, e usa tono confidenziale, riferimenti e formule che rendono la conversazione verosimile.

Il falso Messina annuncia a Molesini l’imminente telefonata di un avvocato dello studio A&O Sherman. Secondo la versione costruita dai truffatori, sarebbe servita per completare l’acquisizione di una banca internazionale che Intesa Sanpaolo non poteva gestire direttamente: una fuga di notizie avrebbe infatti potuto provocare l’intervento della Consob. Molesini, ascoltato dagli investigatori, ha spiegato che il racconto non gli era parso anomalo perché mesi prima un’operazione su Generali era saltata proprio per un problema analogo.


Gli ordini arrivano in sequenza

Poco dopo, anche il presunto legale di A&O Sherman contatta Molesini. L’obiettivo è ottenere il rispetto di un patto di riservatezza, così da impedire che l’operazione venga verificata con i vertici di Intesa o di Fideuram. Durante la chiamata vengono inviati undici file intitolati “Payment instruction”, con coordinate bancarie, somme, date di esecuzione e indicazioni operative.

I documenti, predisposti su carta intestata dello studio e apparentemente firmati da un avvocato della sede di Madrid, conducono poi al responsabile finanziario e della tesoreria di Fideuram. Anche quest’ultimo viene contattato dall’amministratore delegato della società, sempre attraverso una voce artificiale, che lo prepara alla richiesta di effettuare i trasferimenti. In questo modo la disposizione appare confermata da più interlocutori interni.

Tra il 23 e il 25 febbraio partono così diversi bonifici, autorizzati da Molesini e dal tesoriere senza ulteriori controlli con Intesa Sanpaolo o Fideuram. Il vincolo di segretezza, presentato come indispensabile per l’acquisizione, contribuisce a bloccare le verifiche ordinarie.

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Il denaro e il recupero parziale

Il primo versamento ammonta a 4,9 milioni di euro ed è destinato alla società portoghese Vertentarticulada Lda, con un conto presso Banco BPI. Seguono sei operazioni per complessivi 34,9 milioni su altri rapporti dello stesso istituto portoghese; ulteriori 42,5 milioni vengono indirizzati verso Bank of China.

L’allarme scatta dopo l’esecuzione dei pagamenti, quando la banca portoghese segnala la natura sospetta delle operazioni. Il vero amministratore delegato di Fideuram avverte Molesini della frode in corso e quest’ultimo contatta Carlo Messina, scoprendo che il manager di Intesa non lo aveva mai chiamato.

I 42 milioni inviati a Bank of China vengono recuperati. Dei 52 milioni transitati da Banco BPI, altri 13 milioni sono bloccati e sottoposti a sequestro. I restanti 39 milioni, invece, risultano già trasferiti attraverso diversi conti esteri fino a rapporti riconducibili a istituti che operano nel settore delle criptovalute, tra cui la canadese Life Up Bank.


L’inchiesta si allarga ad altri casi

Gli accertamenti dei carabinieri del Nucleo investigativo di Milano hanno portato gli inquirenti verso un informatico israeliano, collegato anche al casinò online Stake.com. Secondo gli atti, la piattaforma avrebbe ricevuto circa 4 milioni in bitcoin USDT, per un valore indicato di 4 milioni di dollari.

La Procura di Milano sta inoltre esaminando un fascicolo distinto relativo a Banca Ifis. Anche in quel caso sarebbero state usate modalità simili, per un importo complessivo di 24 milioni: una parte del denaro è stata recuperata a Barcellona dopo passaggi tra Spagna, Singapore, Hong Kong e Bahrain.

Esiste infine una terza vicenda, dal valore vicino ai 2 milioni, che coinvolge un istituto di dimensioni più contenute. Per ora non è stato chiarito se anche quest’ultimo episodio sia riconducibile al gruppo nel quale gli investigatori collocano l’informatico israeliano.

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