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Cronaca 2 min di lettura1 ora fa

Fame, l’allarme di Emmi: dati gravi e due carestie nel 2025

L’Indice Globale della Fame segnala un peggioramento legato a guerre e crisi climatiche, mentre milioni di bambini restano esposti alla malnutrizione.

La mancanza di informazioni complete sulla fame rischia di rendere invisibili intere emergenze. Valeria Emmi sottolinea che il nuovo rapporto chiede ai governi non soltanto più risorse per garantire l’accesso al cibo, ma anche sistemi di rilevazione capaci di documentare con continuità la situazione nei Paesi più fragili.

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Senza dati, le emergenze scompaiono

Nella 21esima edizione italiana dell’Indice Globale della Fame di CESVI, per un numero significativo di Paesi non sono disponibili tutti gli elementi necessari a misurare il fenomeno. Secondo Emmi, questa lacuna può allontanare la fame dall’attenzione pubblica e dalle priorità politiche, proprio quando l’accesso ad alimenti sufficienti e adeguati è sempre più difficile.

L’appello è rivolto soprattutto ai governi del Nord globale, chiamati a finanziare interventi sulla sicurezza alimentare e iniziative per una pace duratura. Emmi richiama anche la responsabilità degli Stati più ricchi, che contribuiscono maggiormente alle emissioni responsabili del riscaldamento del pianeta e hanno un ruolo rilevante negli equilibri geopolitici internazionali.


Guerre e clima alimentano la fame

Il rapporto descrive una spirale nella quale l’insicurezza alimentare non rappresenta soltanto l’effetto di guerre e instabilità, ma contribuisce a renderle ancora più pesanti. Quando il cibo diventa costoso e difficile da reperire, le comunità già vulnerabili subiscono nuove conseguenze sociali ed economiche.

Nel 2025 sono stati censiti 65 conflitti armati, il valore più alto dalla Seconda guerra mondiale. A questa crescita si sommano alluvioni, siccità, terremoti e altre calamità: eventi che hanno coinvolto milioni di persone e che colpiscono in misura maggiore gli Stati con minori responsabilità storiche nelle emissioni di gas serra.

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L’Africa resta l’area più colpita

L’Africa subsahariana mantiene il livello di fame più elevato su scala mondiale. Il punteggio dell’Indice Globale della Fame per il 2026 è pari a 27,5, in aumento rispetto al 2018, e diversi Paesi dell’area rientrano nelle fasce di allarme o di grave sofferenza previste dalla scala dell’indice.

Secondo Emmi, El Niño potrebbe durare almeno fino alla fine del 2027, con effetti potenzialmente severi sulle nazioni più vulnerabili. La perturbazione, originata nel Pacifico, può provocare periodi di siccità e precipitazioni alluvionali; intanto, nel 2025, oltre 35 milioni di bambini e bambine hanno affrontato una malnutrizione acuta.


Due carestie dichiarate nel 2025

L’anno in corso presenta anche un dato senza precedenti recenti: due carestie sono state riconosciute contemporaneamente, a Gaza e in Sudan. Emmi le collega direttamente ai conflitti imposti alle popolazioni e avverte che Somalia, Sud Sudan e Sudan potrebbero trovarsi in condizioni analoghe nel 2026.

«È la prima volta che registriamo dati di forte gravità rispetto al numero di persone affamate rispetto al 2018», ha dichiarato Emmi commentando il rapporto. Dopo quasi due decenni di miglioramenti, l’obiettivo internazionale della fame zero entro il 2030 appare quindi più difficile da raggiungere: la nuova fotografia mostra un arretramento, con bambini e bambine tra le persone più esposte.

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