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Cronaca 2 min di lettura37 min fa

Economia verde, la Cina ferma le emissioni ma gli Usa crescono

Il quadro emerso a Rimini evidenzia progressi tecnologici, dipendenza dai fossili e costi climatici concentrati in Africa.

La Cina ha mantenuto stabili nel 2025 le emissioni di gas serra, mentre gli Stati Uniti le hanno aumentate dell’1,9%. È il quadro emerso agli Stati Generali dell’economia verde in corso a Rimini, durante Ecomondo.

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I dati delle principali economie

La Cina resta comunque il primo Paese al mondo per emissioni di CO2, con una quota del 27%. Nel corso dell’ultimo anno ha installato 440 gigawatt di impianti rinnovabili, quasi la metà della nuova capacità globale, a fronte di una crescita del Pil del 5%.

Pechino ha raggiunto inoltre un tasso di elettrificazione del 32% e punta al 35% entro il 2035, obiettivo proposto in vista della Cop31. Rimane aperto il problema dell’uso delle materie prime: negli ultimi 15 anni il consumo pro capite è salito del 35%, mentre l’economia circolare non ha ancora raggiunto risultati sufficienti.

Negli Stati Uniti la produzione da fonti rinnovabili è cresciuta di 40 gigawatt e la capacità di accumulo ha toccato i 43 gigawatt, con un raddoppio previsto entro il 2027. Allo stesso tempo, il Paese ha investito 211 miliardi di dollari nei combustibili fossili e resta il principale produttore mondiale di petrolio e gas.


Europa tra riduzioni e importazioni

Dal 1990 l’Europa ha tagliato del 37% le emissioni di gas serra, mentre nello stesso periodo il Pil è aumentato del 75%. Nel 2025 le automobili elettriche sono cresciute del 32%, arrivando a 27 ogni mille abitanti, contro le 31 della Cina.

Le fonti rinnovabili hanno coperto il 48% della produzione elettrica europea e la capacità installata è raddoppiata rispetto all’Accordo di Parigi. Tuttavia, le emissioni sono aumentate dell’1%: per il secondo anno consecutivo il ritmo della riduzione ha rallentato. Inoltre, l’Europa ha destinato 337 miliardi di euro all’acquisto di combustibili fossili dall’estero.

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Africa, risorse e costi climatici

Il continente africano ospita il 25% della biodiversità mondiale, possiede il 30% delle riserve di minerali critici e dispone del 60% delle migliori risorse solari. Il suo contributo alle emissioni storiche di CO2 è però pari appena al 3%.

Gli effetti del riscaldamento globale colpiscono l’Africa in misura particolarmente pesante. Le stime indicano per il 2050 un aumento del 50% della mortalità in eccesso legata ai cambiamenti climatici. Al secondo Vertice africano sul clima, il primo ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed Ali, premio Nobel, ha dichiarato: «Non siamo qui per negoziare la nostra sopravvivenza. Siamo qui per progettare la prossima economia climatica mondiale».


Il confronto a Rimini

La seconda giornata degli Stati Generali, promossa dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile insieme a Italy For Climate, ha riunito esperti, imprese e rappresentanti delle istituzioni per esaminare l’evoluzione dell’economia verde nel mondo.

Raimondo Orsini, direttore della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, ha sostenuto che la transizione può ridurre i rischi climatici e limitare la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e materie prime. Il presidente della stessa Fondazione, Edo Ronchi, ha invece collegato alle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti possibili effetti sulle politiche climatiche e sul peso dell’industria fossile.

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