Bambini immigrati a scuola: i modelli che cambiano l’integrazione
Dalla full immersion britannica alle classi ponte, i Paesi occidentali scelgono strade diverse per insegnare la lingua ai nuovi arrivati.
Per l’inserimento degli alunni immigrati, nei sistemi scolastici occidentali non esiste una ricetta unica: quasi ovunque il passaggio decisivo è la lingua, ma il modo in cui viene insegnata cambia molto da un Paese all’altro. C’è chi preferisce l’ingresso immediato in classe, chi punta su percorsi temporanei e chi affida la gestione ai territori.
Il nodo della lingua prima di tutto
In Germania la regia è affidata ai singoli Laender e il metodo più diffuso prevede classi speciali di accoglienza, le Willkommensklassen, in cui i bambini restano solo per un periodo limitato fino a raggiungere un livello minimo utile per seguire l’attività ordinaria. In Francia, invece, il programma Unité Pédagogique pour Élèves Allophones Arrivants parte subito dall’inserimento nelle classi comuni per le materie non verbali, affiancando però ore dedicate al francese.
Il Regno Unito sceglie la strada opposta alla media europea: niente classi di transizione, perché lo studente straniero entra subito nel gruppo dei coetanei e riceve supporto in aula da insegnanti specializzati. In Canada l’impostazione è simile, con l’aggiunta di sessioni intensive di inglese o francese per alcune ore alla settimana, a seconda della provincia.
Dalle classi ponte ai percorsi speciali
Anche in Olanda i bambini della primaria che non conoscono la lingua possono passare da classi ponte con corsi intensivi, frequentabili a tempo pieno, in parte o come estensione della giornata scolastica. In Australia, invece, esistono scuole di transito dedicate, le Ielc, per i nuovi arrivati che non parlano ancora la lingua: restano lì da 6 a 12 mesi e poi vengono inseriti nelle classi standard.
La Svezia prevede lo status di Neo-Arrivato per un massimo di 4 anni dall’ingresso nel Paese. Gli studenti senza svedese seguono classi preparatorie speciali, le förberedelseklass, ma per il resto del tempo devono restare integrati con i compagni della classe ordinaria; il tempo nelle sezioni dedicate non può superare due ore al giorno o periodi isolati.
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Le soluzioni più flessibili del Nord e del
In Danimarca i minori stranieri vengono collocati in classi di accoglienza, le mottaksklasser, pensate per un apprendimento accelerato della lingua. Questa fase può durare al massimo 2 anni, poi il passaggio alla classe comune diventa obbligatorio. I comuni, inoltre, controllano la distribuzione degli studenti nel territorio e, se una scuola concentra troppi alunni provenienti da contesti non-Ocse, possono deviare le nuove iscrizioni verso istituti vicini.
La Norvegia lascia più margine alle municipalità, che decidono se creare scuole speciali, classi di transito oppure inserire direttamente i bambini nelle sezioni normali. In ogni caso, gli scolari con background migratorio hanno diritto a un insegnamento specifico della lingua norvegese fino a quando non superano i test necessari per seguire il programma comune.
Fiandre e area francofona, regole diverse
In Belgio il quadro cambia a seconda della Comunità linguistica. Nelle Fiandre i corsi intensivi si svolgono nelle taalheldklassen, di norma separate e a tempo pieno, anche se possono essere organizzate dentro le classi ordinarie. Nella Comunità francofona, invece, gli alunni possono entrare nei programmi Daspa, che prevedono francese e materie di base per un massimo di 18 mesi, oppure ricevere sostegno linguistico tramite il dispositivo FLA, che non richiede per forza una classe separata.
Il risultato è un mosaico di soluzioni molto diverso, ma con un punto fermo comune: l’integrazione scolastica dei nuovi arrivati passa quasi sempre da un filtro linguistico, prima o insieme all’ingresso nella classe ordinaria.
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