36 milioni e una voce clonata: così cadono i vertici
Dalla falsa chiamata di un ministro ai messaggi generati con l’intelligenza artificiale, il raggiro dei dirigenti segue una regola precisa: urgenza e riservatezza.
Trentasei milioni di euro trasferiti dopo un contatto apparentemente arrivato da Carlo Messina: è la cifra che rende clamoroso il caso di Paolo Molesini, presidente di Fideuram. La richiesta, veicolata tramite WhatsApp, sarebbe stata accompagnata dalla voce ricreata artificialmente di un avvocato, così da rendere più credibile l’operazione.
Il metodo, però, non nasce con l’intelligenza artificiale. Da anni truffatori si presentano come ministri, amministratori delegati o consulenti incaricati di gestire affari riservati. Il bersaglio viene spinto a decidere rapidamente, senza verifiche esterne e con la convinzione di stare proteggendo un interesse aziendale o nazionale.
Il nuovo salto della frode
Nel caso che coinvolge Molesini, il messaggio avrebbe fatto riferimento a un’operazione delicata e avrebbe sfruttato il nome dell’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo. A completare la messinscena sarebbe intervenuto un falso legale, con una voce ottenuta attraverso strumenti di intelligenza artificiale.
La tecnologia ha reso più difficile distinguere un contatto autentico da uno costruito. In passato erano sufficienti un indirizzo di posta elettronica contraffatto, un numero di telefono o l’identità di una figura autorevole; oggi anche il timbro vocale può essere riprodotto per superare gli ultimi dubbi.
Dai vertici Rai ai conti esteri
Già nel 2019 Marcello Foa, allora presidente della Rai, fu avvicinato da qualcuno che si spacciava per Giovanni Tria, ministro dell’Economia. In quel caso il trasferimento non partì, ma il tentativo è poi confluito nell’indagine milanese su un gruppo accusato di avere preso di mira numerose imprese italiane.
Tra i nomi citati nelle ricostruzioni figurano Mediaset, Loro Piana, Adecco e Banca Popolare di Spoleto. Non tutti i tentativi ebbero successo: in alcuni episodi le aziende riconobbero l’inganno prima di eseguire i pagamenti, mentre in altri il denaro venne effettivamente inviato.
I colpi a Sisal e Maire
Sisal fu una delle società colpite. Emilio Petrone, all’epoca amministratore delegato, ricevette una richiesta attribuita a Gianpiero Mazza, indicato come esponente di CVC Advisers Italia. La presunta operazione riservata fu sostenuta dalla comparsa di un falso avvocato che aveva adottato l’identità del professionista Francesco Portolano. Tre trasferimenti portarono così 5,5 milioni di dollari su un conto di Hong Kong.
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Un danno ancora maggiore riguardò Maire Tecnimont. Un dirigente della controllata indiana autorizzò pagamenti per 18,6 milioni di dollari, convinto di partecipare a un’operazione societaria coperta da riservatezza. La frode venne scoperta solo in seguito, durante un confronto con il vero presidente dell’azienda, quando emerse che l’affare non era mai esistito.
Nella stessa indagine furono ricondotti al medesimo gruppo anche i trasferimenti ai danni di Mipharm. Sommando i tre episodi, il bottino dei raggiri riusciti arrivò vicino ai 25 milioni di dollari; Foa e altri manager, invece, evitarono il pagamento.
Il falso Crosetto e Moratti
Nel febbraio 2025 la strategia cambiò volto, pur mantenendo gli stessi ingredienti. Massimo Moratti venne contattato da persone che utilizzavano il nome di Guido Crosetto e gli rappresentarono una presunta emergenza: raccogliere fondi per liberare cittadini italiani sequestrati all’estero.
La richiesta prevedeva discrezione e faceva leva sulla promessa che lo Stato avrebbe restituito in seguito le somme. Moratti eseguì due bonifici, per un totale di 980 mila euro, indirizzati a un conto nei Paesi Bassi. La denuncia e l’intervento degli investigatori permisero di fermare l’operazione e recuperare il denaro.
L’ex presidente dell’Inter non sarebbe stato l’unico destinatario dei contatti. Nell’elenco dei potenziali obiettivi comparivano Giorgio Armani, Patrizio Bertelli, Diego Della Valle e Marco Tronchetti Provera, oltre a membri delle famiglie Aleotti, Beretta, Del Vecchio e Caltagirone e a dirigenti di Esselunga. Secondo quanto emerso, soltanto Moratti aveva effettuato il versamento.
Il filo comune tra i casi è la costruzione di uno scenario eccezionale, nel quale l’autorità del mittente e il carattere segreto dell’incarico servono a neutralizzare le normali procedure di controllo. Cambiano i canali e aumenta la precisione degli strumenti, ma la leva resta la stessa: convincere la vittima che verificare significhi mettere a rischio l’operazione.
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