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Attualità 3 min di lettura15 ott

Una minicar, due ragazzi e la domanda più difficile: quando l’altro sparisce

La violenza raccontata come un gioco apre interrogativi su empatia, complicità e bisogno di riconoscimento durante il passaggio all’età adulta.

«L’abbiamo fatto per gioco, ci annoiavamo». Se la frase attribuita ai due ragazzi della minicar nera verrà confermata, racchiude il punto più inquietante della vicenda di Monteverde: non soltanto la violenza delle aggressioni, ma il modo in cui il dolore di una persona può essere trasformato in intrattenimento.

La domanda non riguarda quindi soltanto il motivo per cui due giovani abbiano compiuto gesti tanto pericolosi. Per uno psicoterapeuta, il passaggio ulteriore è capire come un essere umano, con la propria storia e i propri legami, possa smettere di essere percepito come tale e diventare semplicemente un bersaglio.

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Quando la vittima diventa reale

Secondo quanto emerso, i ragazzi si sarebbero fermati dopo aver saputo che la persona colpita era un attore. Se l’informazione fosse confermata, si aprirebbe un altro interrogativo: la sofferenza acquista peso soltanto quando riguarda qualcuno di conosciuto o socialmente visibile? In questa prospettiva, la notorietà sembrerebbe arrivare prima dell’empatia, mentre il riconoscimento dell’altro scatta solo dopo la scoperta della sua identità.

Il riferimento è anche a Davide Iacopini, al quale sono stati dedicati numerosi pensieri in questi giorni. Ma il nodo resta più ampio: la compassione dovrebbe precedere la consapevolezza della fama della vittima, non arrivare come reazione successiva alla sua identificazione.


L’abitacolo come barriera

La minicar può aver rappresentato, almeno sul piano simbolico, una separazione tra chi si trovava all’interno e chi era esposto sulla strada. Le luci modificate, l’adesivo del serpente, la velocità e la fuga avrebbero contribuito a creare una scena in cui l’azione appare breve, quasi irreale: un colpo, l’accelerazione, la sgommata e poi la distanza.

Quella distanza fisica può attenuare la percezione delle conseguenze. L’altro resta fuori dall’abitacolo e il suo dolore rischia di non essere più visto come qualcosa di concreto. In questa dinamica, la noia diventa un pretesto per cercare una sensazione forte, evitando però di misurarsi con il vuoto o con ciò che potrebbe emergere nel silenzio e nella solitudine.

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La forza del gruppo e del rito

La presenza dell’amico modifica il peso della scelta. Un comportamento che da soli forse si avrebbe maggiore difficoltà a compiere, in coppia può apparire più semplice: la responsabilità individuale non scompare, ma viene indebolita dalla complicità, dal consenso implicito o dal fatto che nessuno dei due intervenga per fermare l’altro.

Anche il compleanno dei diciott’anni offre un contesto da considerare senza trasformarlo in una spiegazione automatica. Feste, lauree, comunioni e celebrazioni legate alla fine del lavoro segnano passaggi importanti: diventare adulti significa cercare autonomia e nuovi modi per sentirsi capaci. Quando il riconoscimento non arriva, la trasgressione può diventare una scorciatoia per sentirsi importanti o ammirati.


Oltre la condanna, cosa resta da capire

Il fatto che uno dei ragazzi sia figlio di un appartenente alle forze dell’ordine non autorizza, da solo, interpretazioni sulla presunta sfida alla figura paterna. Allo stesso modo, la collaborazione delle famiglie con gli investigatori è un elemento rilevante per affrontare l’accaduto, ma non permette di dedurre quale sia la qualità dei rapporti familiari.

Di fronte a episodi tanto gravi, la condanna è necessaria ma non sufficiente. Occorre interrogarsi su come si sviluppino il riconoscimento dell’altro, la capacità di sopportare la frustrazione e la possibilità di gestire la noia senza trasformare le persone in oggetti da colpire. Solo così si può provare a comprendere quale percorso abbia portato due ragazzi a cercare una sensazione attraverso la sofferenza altrui.

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