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Attualità 2 min di lettura2 ore fa

Tumore polmonare, la nuova combinazione allunga la vita di oltre 8 mesi

Lo studio DeLLphi-305 mostra una riduzione del 58% del rischio di morte con tarlatamab e durvalumab usati come mantenimento dopo la terapia iniziale.

La combinazione di tarlatamab e durvalumab ha portato la sopravvivenza mediana a 21,1 mesi nei pazienti con carcinoma polmonare a piccole cellule in fase estesa che non avevano visto peggiorare la malattia dopo il primo trattamento. Nel confronto con il solo durvalumab, il vantaggio è stato superiore a 8 mesi.

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I rischi restano sotto osservazione

L’associazione ha comportato effetti indesiderati gravi, di grado almeno 3, nel 20,9% dei partecipanti; con il solo durvalumab la quota si è fermata al 10,8%. Tra gli eventi più frequenti sono stati osservati una diminuzione dei neutrofili (3,2%), la riduzione dell’appetito (2,1%), la neutropenia (2,1%), l’astenia (1,8%) e il calo ponderale (1,8%).

La sindrome da rilascio di citochine ha riguardato il 49,6% dei pazienti sottoposti a tarlatamab, soprattutto con manifestazioni di grado 1 (41,8%) o 2 (7,4%). Si è registrato un solo caso di grado 3 (0,4%), mentre non sono emersi episodi di grado 4 o superiore. La neurotossicità collegata alle cellule immunitarie effettrici ha interessato l’1,1% dei partecipanti e non ha raggiunto il grado 3.


Un vantaggio anche nei casi più difficili

Marcello Tiseo, direttore dell’Unità operativa complessa di Oncologia medica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma e ordinario all’Università di Parma, ha sottolineato che il beneficio è comparso anche tra i pazienti con metastasi al cervello o al fegato, generalmente associati a una prognosi meno favorevole. Secondo l’oncologo, il risultato rappresenta il più ampio incremento della sopravvivenza ottenuto finora nel trattamento di questa forma di tumore rispetto al precedente standard attivo.

“Nel carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso, la sopravvivenza è una priorità assoluta”, ha affermato Tiseo commentando i dati. L’esperto ha ricordato che l’immunoterapia, aggiunta negli anni alla chemioterapia, aveva garantito finora un guadagno mediano di circa 2-3 mesi, portando l’attesa di vita a 12-13 mesi.

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I numeri dello studio DeLLphi-305

La sperimentazione di fase 3 ha evidenziato una diminuzione del 58% del rischio di morte con tarlatamab e durvalumab impiegati come mantenimento dopo durvalumab, chemioterapia con platino ed etoposide. Il rapporto di rischio è risultato pari a 0,42, con intervallo di confidenza al 95% compreso tra 0,32 e 0,54 e valore P inferiore a 0,001; il periodo mediano di osservazione è stato di circa 16 mesi.

I risultati sono stati illustrati durante il Congresso 2026 della Società europea di oncologia medica, in una sessione presidenziale, e pubblicati nello stesso momento sul New England Journal of Medicine. Alla presentazione, la platea ha reagito con un applauso.

Jay Bradner, responsabile esecutivo della ricerca e sviluppo, dell’intelligenza artificiale e dei dati di Amgen, ha definito i dati un possibile punto di svolta per una malattia aggressiva. L’azienda ha annunciato di voler trasmettere rapidamente i risultati alle autorità regolatorie internazionali, valutando l’impiego di tarlatamab in una fase più precoce del percorso terapeutico.

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