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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Tumore al polmone, la combinazione che allunga la vita di 8 mesi

Lo studio DeLLphi-305 mostra un vantaggio significativo per i pazienti con carcinoma polmonare a piccole cellule in fase avanzata trattati con tarlatamab e durvalumab.

La combinazione di tarlatamab e durvalumab ha portato la sopravvivenza mediana a 21,1 mesi nei pazienti con carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso, contro i 12,7 mesi ottenuti con il solo durvalumab. Il dato arriva dai risultati intermedi dello studio di fase 3 DeLLphi-305, presentati al Congresso 2026 della European Society for Medical Oncology e pubblicati nello stesso momento sul New England Journal of Medicine.

Il trattamento ha inoltre abbassato del 58% il rischio di morte: il rapporto di rischio è risultato pari a 0,42, con intervallo di confidenza al 95% compreso tra 0,32 e 0,54 e valore P inferiore a 0,001. Il periodo mediano di osservazione è stato di circa 16 mesi.

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Otto mesi in più di sopravvivenza

La ricerca ha coinvolto persone la cui malattia non aveva mostrato peggioramenti dopo una prima fase con durvalumab, chemioterapia con platino ed etoposide. In questo contesto, l’aggiunta di tarlatamab come terapia di mantenimento ha prodotto un guadagno mediano superiore a 8 mesi rispetto alla sola immunoterapia.

Per Marcello Tiseo, direttore dell’Unità operativa complessa di Oncologia medica dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Parma e professore ordinario all’Università di Parma, il risultato segna il più ampio incremento di sopravvivenza mai osservato nel trattamento del microcitoma in fase estesa rispetto a uno standard attivo precedente. L’esperto ha sottolineato che il vantaggio è rimasto visibile anche nei pazienti con metastasi al cervello o al fegato, categorie generalmente caratterizzate da una prognosi più severa.


Un possibile cambio di strategia

Il carcinoma polmonare a piccole cellule in forma estesa continua a essere una delle patologie oncologiche più difficili da controllare. Secondo Tiseo, l’immunoterapia aveva finora aggiunto mediamente soltanto 2-3 mesi alla sopravvivenza, portando l’attesa complessiva intorno ai 12-13 mesi; nello studio, invece, circa l’80% dei pazienti risultava vivo a un anno.

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“Questi risultati suggeriscono che introdurre tarlatamab in una fase più precoce del percorso terapeutico potrebbe modificare in modo significativo il decorso di una malattia così difficile da controllare”, ha dichiarato Tiseo. La presentazione dei dati al simposio presidenziale dell’ESMO è stata accompagnata dagli applausi del pubblico presente.


Gli effetti indesiderati osservati

Sul fronte della sicurezza, eventi avversi legati al trattamento di grado 3 o superiore sono stati registrati nel 20,9% dei pazienti sottoposti alla combinazione e nel 10,8% di quelli che hanno ricevuto il solo durvalumab. Tra le reazioni più frequenti nel gruppo trattato con entrambi i farmaci figurano la diminuzione dei neutrofili, il calo dell’appetito, la neutropenia, l’astenia e la perdita di peso.

La sindrome da rilascio di citochine ha interessato il 49,6% dei pazienti trattati con tarlatamab, soprattutto con intensità di grado 1 (41,8%) o 2 (7,4%). È stato rilevato un solo caso di grado 3, pari allo 0,4%, mentre non si sono verificati episodi di grado 4 o superiore. La sindrome di neurotossicità legata alle cellule immunitarie effettrici ha riguardato l’1,1% dei pazienti e non ha prodotto eventi di grado 3 o più elevato.

“Estendere la sopravvivenza globale mediana oltre i 21 mesi e ridurre il rischio di morte del 58% rafforza la possibilità di ridefinire le aspettative dei pazienti”, ha affermato Jay Bradner, vicepresidente esecutivo della Ricerca e sviluppo di Amgen. L’azienda ha fatto sapere di voler trasmettere rapidamente i risultati alle autorità regolatorie internazionali.

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