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Attualità 2 min di lettura14 ott

Ricina, il nodo dei computer sequestrati: cosa può emergere

Gli esperti dovranno esaminare i dispositivi prelevati a Riccia mentre gli investigatori verificano i rapporti personali e il pranzo di cozze del 22 dicembre 2025

I dispositivi informatici raccolti in un liceo di Riccia potrebbero aggiungere nuovi elementi all’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, entrambe avvelenate con la ricina. Per ora, però, il materiale è stato soltanto acquisito e copiato: il suo esame richiederà ulteriore tempo.

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I computer attendono le verifiche

I sequestri hanno riguardato il liceo Scientifico di Riccia dove insegna un’amica di Gianni Di Vita, già ascoltata più volte dagli investigatori come persona informata sui fatti. Le apparecchiature sono state prese in consegna nel corso di due giornate consecutive.

La Procura di Larino, che coordina gli accertamenti, affiderà l’analisi dei dati a consulenti specializzati. Soltanto dopo questo passaggio sarà possibile capire se nei computer compaiano informazioni utili per ricostruire i contatti, le ricerche o gli spostamenti collegati al caso.


Le relazioni restano sotto esame

Parallelamente, gli inquirenti stanno approfondendo la sfera privata della famiglia. Al centro delle verifiche ci sono presunti rapporti sentimentali riservati e le difficoltà nel matrimonio tra Gianni Di Vita e Antonella, emerse dall’analisi dei contenuti presenti nel telefono della donna.

Anche il materiale digitale già sequestrato e le attività svolte sulla rete vengono passati al vaglio. L’obiettivo è verificare se esista un possibile movente personale capace di collegare i rapporti della vittima agli eventi che hanno preceduto l’avvelenamento.

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Il pasto che non si può più analizzare

Tra gli elementi raccolti dagli investigatori figura il racconto di Gianni Di Vita su un pranzo di lavoro consumato il 22 dicembre 2025. Alla tavola, in una trattoria del capoluogo molisano, c’era anche Antonella; al termine del pasto sarebbero rimaste alcune cozze cotte, che la donna avrebbe fatto mettere in un contenitore per portarle a casa, soprattutto per Sara, quindicenne e particolarmente ghiotta di quel piatto.

Il marito non ha saputo indicare con esattezza quando quei molluschi siano stati consumati: poteva essere la sera del 22 dicembre oppure durante il pranzo o la cena del giorno seguente. Secondo la sua ricostruzione, a mangiarli potrebbero essere stati soltanto lui, Antonella e Sara. «È probabile che quelle cozze sono state mangiate solo da me, Antonella, e Sara», ha riferito alla polizia.


Il possibile passaggio della ricina

I resti dei pasti del 22 e del 23 dicembre sono finiti rapidamente nella spazzatura. Inoltre, il contenitore utilizzato per trasportare le cozze non è stato recuperato: gli investigatori non hanno quindi potuto effettuare analisi per stabilire se proprio quel cibo fosse il veicolo della ricina.

L’ipotesi presa in considerazione è che Antonella possa aver portato inconsapevolmente la sostanza in casa attraverso il pranzo. Il suo decesso, insieme a quello della figlia Sara Di Vita, ha dato origine agli accertamenti della polizia di Campobasso e al procedimento seguito dalla Procura di Larino, ma il racconto del marito non può più essere verificato sul piano materiale.

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