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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Proteste contro il carovita, l’analisi sul potere degli oligarchi

Le proteste contro prezzi, affitti e disuguaglianze riaprono il confronto sul ruolo dello Stato e della finanza

Le manifestazioni contro il carovita in Italia e in Europa sono state indicate come un segnale di reazione al potere degli oligarchi. La lettura è al centro del secondo appuntamento di “Conversazioni sul futuro”, ciclo promosso da Terra Giusta in memoria di Domenico De Masi.

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Le piazze contro le disuguaglianze

A colpire, durante una delle recenti proteste, è stato un cartello con la scritta «Quando non ci sarà più cibo… mangeremo i ricchi». Lo slogan, spesso associato a Jean-Jacques Rousseau, è tornato nelle mobilitazioni che contestano la distanza crescente tra redditi e condizioni di vita.

Le nuove generazioni vengono descritte come protagoniste di una mobilitazione nata dal basso, già emersa nelle campagne contro il riscaldamento globale. Oggi le richieste riguardano bollette, inflazione, affitti, difesa della scuola pubblica e opposizione alla repressione. Il ritorno delle persone nelle strade viene letto come una risposta alla convinzione che la protesta collettiva non serva più.


Il debito come strumento politico

Nel podcast, Marco D’Eramo — fisico teorico, sociologo e autore di Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi — analizza il rapporto tra istituzioni pubbliche, grandi gruppi economici e finanza tecnologica. Secondo la ricostruzione proposta, la riduzione delle imposte per i più ricchi priva lo Stato delle risorse necessarie a sostenere scuola, sanità e abitazioni popolari, aumentando il ricorso al debito.

L’Italia, salvo il biennio della pandemia, registra da oltre trent’anni un avanzo primario: le uscite pubbliche destinate ai cittadini risultano inferiori alle entrate fiscali. Le risorse risparmiate servono così a coprire gli interessi sul debito, trasferendo il costo sulle generazioni presenti e future. La gestione del debito sovrano viene inoltre descritta come un vincolo sulle decisioni politiche, con l’Unione europea esposta all’influenza di finanza e grandi patrimoni.

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Dal Sud globale alle democrazie occidentali

Il meccanismo viene accostato alle pratiche imposte in passato ai Paesi del Sud globale attraverso il Club di Parigi. In quel caso, il debito avrebbe favorito programmi di privatizzazione e l’apertura delle risorse nazionali alle multinazionali; oggi, secondo questa analisi, dinamiche simili comprimono l’autonomia delle democrazie occidentali.

Mutui e prestiti diventano così anche strumenti di controllo sociale. Il lavoratore precario o gravato da un’ipoteca viene spinto a considerarsi un “imprenditore di se stesso”, mentre l’isolamento individuale indebolisce la solidarietà e la fiducia nell’azione comune.


Nuove forme per il dissenso

La protesta, in questa prospettiva, non dovrebbe limitarsi a chiedere interventi alla politica, accusata di essere subordinata agli oligarchi. Resta aperta anche la questione di come colpire direttamente i luoghi simbolici del potere economico, senza riproporre automaticamente strumenti nati per conflitti legati alla fabbrica.

D’Eramo invita infatti a ripensare le forme del conflitto davanti a un potere ormai diffuso nei sistemi finanziari e digitali. Famiglie in difficoltà per le utenze, studenti che occupano scuole o vivono in tenda e lavoratori poveri non avanzano soltanto richieste economiche: contestano le cause strutturali dell’ingiustizia. La mobilitazione quotidiana viene presentata come condizione per una transizione ecologica capace di contrastare l’estinzione e per una transizione sociale in grado di ridurre la povertà.

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