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Attualità 3 min di lettura3 ore fa

Pensioni, nuova uscita a 64 anni: stretta sugli assegni

Il governo valuta un fondo da un miliardo e una rivalutazione ridotta per gli assegni oltre cinque volte il minimo

Il governo punta a introdurre un nuovo canale di pensionamento a 64 anni con 36 anni di contributi. Per finanziarlo, la maggioranza valuta una riduzione degli aumenti legati all’inflazione per gli assegni superiori a cinque volte il trattamento minimo.

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La rivalutazione degli assegni

La bozza allo studio per il 2027 manterrebbe l’adeguamento pieno fino a quattro volte il minimo. Tra quattro e cinque volte resterebbe invece applicato il 90%, mentre per gli importi più elevati la percentuale scenderebbe progressivamente: 60% fino a sei volte, 50% fino a otto, 40% fino a dieci e 35% oltre questa soglia.

Il coefficiente, secondo l’ipotesi circolata, verrebbe applicato all’intero assegno e non soltanto alla parte compresa in ciascuna fascia. Con un’inflazione programmata al 2,9%, chi incassa 3.100 euro lordi al mese perderebbe circa 441 euro lordi in un anno, distribuiti su 13 mensilità. La riduzione salirebbe a 640 euro per un assegno da 4.000 euro, a circa 925 euro per uno da 5.000 e a 1.245 euro per una pensione di 6.500 euro.


Il precedente delle strette

Il ricorso a una rivalutazione parziale non sarebbe una novità. Nel 2012 e nel 2013 il governo Monti congelò gli adeguamenti per gli assegni oltre tre volte il minimo, con un risparmio valutato in circa 4 miliardi l’anno. Dal 2014 il sistema tornò parzialmente operativo e rimase in vigore, con proroghe, fino alla fine del 2018.

Nel 2019 il governo Conte introdusse sette livelli di indicizzazione, poi ridotti a sei. Dal 2023 l’esecutivo Meloni rese più severo il meccanismo per gli importi superiori a quattro volte il minimo: l’adeguamento scese al 53% nella fascia tra cinque e sei volte, al 47% fino a otto, al 37% fino a dieci e al 32% oltre tale limite. Nel 2024 quest’ultima percentuale fu portata al 22%. Il sistema attuale, ripristinato dal 2025, prevede il 100% fino a quattro volte il minimo, il 90% fino a cinque e il 75% oltre quella soglia.


Il conto delle uscite anticipate

Le misure di flessibilità introdotte dal 2019 hanno prodotto, finora, costi cumulati per 41 miliardi e 286 milioni di euro. La stima della Ragioneria generale dello Stato comprende gli effetti già maturati e non considera gli esborsi ancora da sostenere.

Il solo insieme formato dalle diverse Quote e dal congelamento degli adeguamenti legati alla speranza di vita vale più di 36 miliardi. Opzione donna pesa per altri 5,27 miliardi; nel calcolo rientrano anche le conseguenze sul Tfr e sul Tfs dei dipendenti pubblici.

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Le misure già introdotte

Quota 100 consentì l’uscita con 62 anni di età e 38 anni di versamenti. Le adesioni rimasero sotto quota 500mila, lontane dal milione ipotizzato da Matteo Salvini, anche perché l’accesso anticipato comportava un assegno più contenuto.

La successiva Quota 102, inserita nella legge di Bilancio 2022 dal governo Draghi, fissò i requisiti a 64 anni e 38 anni di contributi. Quota 103, varata con la prima manovra dell’esecutivo Meloni nel 2023, abbassò nuovamente l’età a 62 anni, chiedendo però 41 anni di contribuzione.

Nel conteggio figurano anche Opzione donna, destinata alle lavoratrici con 58 anni di età, 59 per le autonome, e 35 anni di contributi maturati entro il 31 dicembre 2018. È stato incluso inoltre il rinvio degli adeguamenti alla speranza di vita per la pensione anticipata, deciso nel 2019 e prorogato fino alla fine del 2026.


Il nuovo fondo allo studio

Per la nuova uscita a 64 anni con 36 anni di contributi, la maggioranza vorrebbe istituire una dotazione dedicata di circa 1 miliardo di euro. Le modalità operative verrebbero definite a gennaio, mentre la misura dovrebbe trovare posto nella legge di Bilancio esaminata dal Consiglio dei ministri riunito dalle 15.

La Lega potrebbe presentare il provvedimento come il superamento della legge Fornero, con un messaggio rivolto soprattutto agli elettori oltre i 60 anni, che rappresentano circa un terzo del corpo elettorale. La Ragioneria ha però calcolato che le precedenti forme di flessibilità hanno aumentato il debito di 41,3 miliardi e prodotto, ha osservato, “ulteriori effetti di contrazione della crescita economica”, legati alla riduzione dell’occupazione e della crescita potenziale.

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