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Attualità 3 min di lettura22 min fa

Pane, serrande abbassate nel Cosentino: protesta prorogata fino al 20 ottobre

Sono 873 i panificatori che contestano il peso dei rincari, il sistema del reso e le condizioni imposte dalla grande distribuzione organizzata.

Il problema non è soltanto quanto costa produrre il pane, ma quanto resta davvero nelle tasche dei fornai dopo la vendita. Nel Cosentino, il meccanismo che consente ai rivenditori di restituire l’invenduto e gli aumenti di farina, energia, imballaggi e carburante hanno spinto 873 panificatori a chiudere i negozi. La mobilitazione, iniziata il 16 ottobre, andrà avanti almeno fino a martedì 20.

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Il conto dei rincari ricade sui fornai

La protesta coinvolge soprattutto imprese familiari e piccoli laboratori. Il primo gruppo, composto da 31 panificatori arrivati dall’Alto Ionio cosentino, si era unito agli autotrasportatori lungo la statale 106, nella piana di Sibari. In seguito l’adesione è cresciuta fino a superare le 800 attività, raggiungendo quota 873.

Giuseppe Monti, titolare di due panifici tra Villapiana e Cerchiara, ha spiegato che dal 1° novembre il prezzo del pane potrebbe passare da 3 a 3,80 euro al chilo. Ha inoltre indicato rincari fino al 50% per carta e plastica, un aumento del gas arrivato a 1,10 euro al litro, 70 centesimi in più rispetto al passato, e un incremento di 10 euro al quintale per la farina, oggi a 60 euro. A questo si sommano elettricità, spese generali e richieste di salari più alti da parte dei dipendenti, legate al costo della vita.

I panificatori chiedono anche interventi sul piano contributivo per poter assumere e mantenere il personale. Pino Cesarini, che lavora nel proprio esercizio insieme a tre familiari e due dipendenti regolarmente assunti, sostiene che senza un sostegno il mestiere rischia di scomparire. La categoria ha provato a ottenere un confronto con la Regione, senza però vedere finora una risposta ritenuta adeguata.


Il reso riduce gli incassi

Nel mirino c’è anche il rapporto con la grande distribuzione organizzata. Secondo i panificatori, quando il prezzo aumenta, i supermercati chiedono loro di rinunciare a una parte dell’incremento: Mario Tufaro, di Amendolara, e Pietro Perri, di Sibari, hanno definito questa pratica un sistema che mette in difficoltà i produttori e hanno riferito che, su un rincaro di 80 centesimi, la metà dovrebbe restare alla distribuzione.

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A pesare ulteriormente è il cosiddetto reso, cioè la restituzione del pane rimasto invenduto. La pratica, segnalata dai fornai a sud di Roma, trasferisce sul produttore il costo della merce non venduta. Vincenzo Martorano, di Cerchiara, ritiene che il meccanismo favorisca chi realizza pane industriale utilizzando farine meno costose e puntando su grandi quantità.

Leonardo Converti ha riassunto l’effetto con un esempio: consegnando 10 chili a 2,20 euro, l’incasso teorico sarebbe di 22 euro; se tre chili tornano indietro, la somma effettiva scende a 15,40 euro. Il prezzo reale ottenuto per il prodotto consegnato, quindi, si riduce a poco più di 1,50 euro al chilo.


Una protesta che chiede attenzione

La chiusura dei panifici è stata organizzata proprio il 16 ottobre, data della Giornata mondiale del pane fresco e artigianale. Quella che doveva essere un’astensione di due giorni è stata prolungata per almeno altri giorni, mentre la categoria cerca di rendere visibili difficoltà che riguardano costi, occupazione e distribuzione.

Uno dei partecipanti ha sostenuto che la mobilitazione stia facendo emergere problemi strutturali e ha osservato: «Per questo non c’è una sola telecamera, pubblica o privata, in giro». I titolari chiedono così maggiore attenzione istituzionale e un confronto sulle regole che, a loro giudizio, stanno rendendo sempre più fragile la panificazione artigianale.

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