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Attualità 2 min di lettura1 ora fa

Naza, le confessioni al buio che fanno crollare il «non sapevo

Ventiquattro militari israeliani raccontano in anonimato le operazioni a Gaza, consegnando al pubblico una testimonianza che potrebbe pesare anche sul piano giudiziario.

L’argomento dell’ignoranza, davanti alle violenze contro la popolazione palestinese, appare ormai insostenibile. L’autore ricorda che, nonostante le restrizioni imposte da Israele all’ingresso di giornalisti e osservatori nella Striscia di Gaza e il numero elevatissimo di reporter uccisi, le informazioni sui fatti non sono mai del tutto scomparse.

In questo quadro, Naza – Vittime collaterali viene presentato come una testimonianza arrivata prima ancora dell’ipotetico giudizio storico evocato attraverso il riferimento a Norimberga. Le parole raccolte nel film, secondo l’autore, mostrano con disarmante naturalezza la consapevolezza di alcuni protagonisti delle operazioni condotte dall’esercito israeliano.


Una traccia per future responsabilità

Il materiale raccoglie le dichiarazioni di 24 appartenenti all’esercito israeliano, tra militari dell’intelligence e soldati direttamente coinvolti nelle attività descritte. Per l’autore, quelle testimonianze possono essere lette come una sorta di anticipazione degli interrogatori che, in un eventuale procedimento, potrebbero riguardare i responsabili di crimini di guerra.

L’assenza di un’aula, di un verbale ufficiale e della minaccia immediata di una condanna sembra aver favorito una maggiore libertà nei racconti. Yuval Abraham e Rachel Szor avrebbero così creato, da un lato, uno spazio di sfogo per gli intervistati e, dall’altro, raccolto dichiarazioni che l’autore considera ammissioni dirette di responsabilità.

La tecnica visiva aggiunge un elemento ulteriore. Il controluce nasconde i volti, ma lascia intravedere i profili; inoltre, fogli e blocchi sui quali gli intervistati scrivono o disegnano conservano segni individuali che, nella lettura proposta, potrebbero diventare elementi utili anche davanti alla Corte penale internazionale.


Il buio cambia il tono delle voci

Una delle sequenze più significative arriva quando viene a mancare l’elettricità. La telecamera continua a registrare e l’oscurità sembra attenuare la prudenza dell’interlocutore, quasi che la temporanea assenza dell’immagine lo faccia sentire estraneo alla ripresa.

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In quel passaggio compare anche la frase «Non riesco a dirti tutto». Per l’autore, non si tratta soltanto di una reticenza: il commento suggerisce che ciò che emerge nel film rappresenti una porzione limitata di una realtà molto più ampia. Uno degli intervistati utilizza inoltre il termine «genocidio» riferendosi alla sorte dei palestinesi.


Una confessione costruita nell’ombra

Naza non ricorre alla finzione, pur adottando strumenti propri del linguaggio documentario. L’inquadratura immobile richiama un interrogatorio o una registrazione destinata a un processo, mentre il luogo scelto — un tetto di Tel Aviv, durante la notte — porta la scena lontano dai contesti istituzionali.

Gli intervistati restano senza nome e vengono ripresi con una telecamera laterale, parzialmente defilata. L’effetto ricorda una ripresa nascosta e conferisce alle loro parole il tono di una confessione spontanea. La presenza di Yuval Abraham nell’inquadratura insieme agli interlocutori lo trasforma, nella lettura dell’autore, da semplice regista in testimone esposto e da proteggere.

L’allestimento è essenziale: una piccola videocamera, una fonte luminosa e un ambiente appartato. Proprio questa apparente precarietà, unita all’anonimato, avrebbe reso le dichiarazioni più immediate e meno filtrate. Per questo l’autore considera Naza non soltanto un film o un documentario, ma una registrazione capace di lasciare una traccia sulle responsabilità legate alla guerra.

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