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Attualità 3 min di lettura57 min fa

Mussari querela Giletti e Giampà sulla morte di Rossi

L’ex presidente di Mps ha presentato esposti a Roma e Firenze allegando 21 documenti sulle accuse televisive

Giuseppe Mussari ha querelato Massimo Giletti e l’ex collaboratore di giustizia Saverio Giampà per le accuse legate alla morte di David Rossi.

L’ex presidente di Banca Monte dei Paschi di Siena ha inoltre chiesto di essere ascoltato dai pubblici ministeri di Roma e Firenze. Mussari, attraverso i suoi legali, ha ribadito la volontà di contribuire all’accertamento dei fatti e ha dichiarato: «Definirmi mandante è una follia e una calunnia».

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La richiesta di essere sentito

La difesa sostiene che l’ex dirigente sia stato coinvolto nella vicenda sulla base del rapporto di amicizia con David Rossi, l’ex responsabile della comunicazione di Mps morto il 6 marzo 2013 dopo essere precipitato dalla finestra del suo ufficio.

Mussari ha espresso vicinanza ai familiari dell’ex manager e ha osservato che la ricerca della verità non può poggiare sulle dichiarazioni di persone già condannate per avere accusato ingiustamente altri individui.


Gli atti riservati diffusi

Nell’iniziativa giudiziaria viene chiesto anche di individuare chi avrebbe fatto circolare materiale coperto da segreto proveniente dalla Commissione parlamentare d’inchiesta. Secondo l’accusa formulata nell’esposto, alcuni verbali sarebbero arrivati a un giornalista prima dell’esame da parte della Commissione e sarebbero poi stati pubblicati.

Tra le ipotesi di reato indicate figurano la rivelazione di segreti d’ufficio e la pubblicazione non autorizzata di atti di un procedimento penale. I legali chiedono alla magistratura di verificare responsabilità e modalità della fuga di documenti.


L’esposto presentato alle Procure

L’atto è stato depositato presso le Procure della Repubblica di Roma e Firenze con l’assistenza degli avvocati Tullio Padovani, Fabio Pisillo e Francesco Marenghi. La documentazione allegata comprende 21 elementi e prospetta, tra gli altri, i reati di calunnia aggravata e diffamazione aggravata.

La denuncia riguarda anche eventuali ulteriori responsabilità emerse dall’analisi degli atti. In particolare, viene citato Renan William Vilanova Correa, qualora nei documenti completi fossero contenute contestazioni dirette nei suoi confronti.

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Le trasmissioni contestate

Nel mirino della difesa è finito un filmato pubblicato da Massimo Giletti su Instagram il 18 ottobre. Nel video veniva anticipata l’ipotesi che il presunto mandante dell’omicidio di David Rossi fosse Mussari; il tema è stato poi trattato nella puntata del 19 ottobre e in quelle successive de Lo stato delle cose, trasmesso su Rai 3.

I legali contestano anche una fotografia notturna mostrata durante il programma. L’immagine ritraeva una persona in un vicolo vicino al luogo in cui fu trovato il corpo di Rossi, presentata come possibile prova di una contraddizione nell’alibi fornito da Mussari, che davanti alla Commissione aveva detto di essere rimasto a Siena, a casa della moglie.

Secondo la difesa, l’uomo nella foto sarebbe invece un altro cittadino senese. «La persona ritratta in quella fotografia non è l’Avv. Mussari», hanno affermato i legali, sostenendo che l’attribuzione sia stata trasmessa senza adeguate verifiche.


Le contestazioni a Giampà

L’esposto prende in considerazione anche le dichiarazioni rese da Saverio Giampà ai consulenti della Commissione parlamentare. La difesa ricorda che l’ex collaboratore di giustizia è stato condannato in via definitiva per calunnia e false informazioni al pubblico ministero dopo avere accusato di omicidio una persona innocente.

Il Tribunale di Bologna, nel 2026, avrebbe ricondotto quella condotta al tentativo di recuperare credibilità presso i magistrati e di rientrare nei programmi di protezione. Nel 2025, inoltre, il tribunale di Catanzaro aveva definito la sua attendibilità «ictu oculi compromessa», prima di una condanna a sette anni arrivata all’inizio del 2026.


Il ruolo di Vilanova Correa

Renan William Vilanova Correa sta scontando una pena definitiva per l’uccisione di una donna avvenuta a Siena nel 2013. Nel 2020 è stato condannato per calunnia in relazione ad accuse rivolte alla Polizia Penitenziaria.

Secondo i legali, nel tempo avrebbe fornito almeno quattro ricostruzioni incompatibili sulla morte di Rossi. La difesa sostiene quindi che entrambe le persone chiamate in causa come dichiaranti abbiano precedenti condanne per calunnia e chiede ai pm di valutare con attenzione il contenuto delle loro accuse.

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