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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Milano, il centro devastato: 60 fermi e una nuova escalation di minacce

Dopo gli scontri del 17 ottobre restano vetrine distrutte, almeno 25 feriti e molti interrogativi sulla protesta degenerata nel cuore della città.

Il centro di Milano prova a ripartire dopo una giornata di scontri che ha lasciato dietro di sé negozi danneggiati, arredi bruciati e numerosi feriti. Il bilancio provvisorio parla di circa 60 persone fermate, oltre la metà minorenni, mentre almeno 25 persone sono state medicate: nessuna sarebbe in condizioni gravi. Alla devastazione si aggiunge ora la circolazione in rete di minacce e indirizzi attribuiti a presunti responsabili.

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La protesta ha cambiato volto

La manifestazione era stata convocata per contestare il caro vita, il prezzo dei carburanti e il peso delle tasse. L’iniziativa principale, promossa da Italia in piazza, è stata però rapidamente sovrastata dall’azione di gruppi molto giovani, arrivati da varie zone di Milano, dall’hinterland e da altre province.

Secondo la ricostruzione delle forze dell’ordine, i partecipanti si sono mossi in piccoli gruppi, senza una regia evidente. Molti avevano il volto coperto e durante il pomeriggio sono stati lanciati sassi, bottiglie e bombe carta; transenne e cestini sono diventati ostacoli o bersagli, mentre alcuni contenitori dei rifiuti sono stati incendiati.


Piazza Duomo diventa il simbolo

Il momento più evidente della degenerazione si è consumato in piazza Duomo, dove centinaia di ragazzi vestiti di nero hanno costretto gli agenti a indietreggiare sotto una pioggia di oggetti. Le fiamme e gli scontri hanno fatto da sfondo a turisti che, nonostante il caos, continuavano a fotografare la scena.

La polizia ha schierato circa 20 mezzi, tra veicoli del reparto mobile e fuoristrada, nel tentativo di isolare l’area. I giovani si sono però dispersi in più direzioni, portando la tensione in altre strade del centro. Le prime cariche, partite in via Broletto, erano state seguite da inseguimenti e arretramenti, mentre gli agenti attendevano rinforzi.


Vetrine distrutte e negozi colpiti

I danni più pesanti riguardano corso Vittorio Emanuele II e via Mazzini, assi centrali dello shopping milanese. La ricognizione non è ancora terminata, ma comprende vetrine sfondate, esercizi commerciali saccheggiati, tavolini rovesciati e cestini ridotti in cenere.

Anche in serata non tutto era tornato sotto controllo: un gruppo ha accerchiato un’auto della polizia prima di essere fermato. Il quadro ricorda solo in parte le devastazioni del primo maggio 2015, quando ad agire erano state formazioni più organizzate; questa volta, invece, sono emersi soprattutto nuclei giovanili frammentati.


Feriti e fermi ancora da contare

Negli ospedali sono arrivate almeno 25 persone. Tra i feriti figurano manifestanti e appartenenti alle forze dell’ordine: una ragazza ha riportato una lesione alla testa, mentre altri giovani sono rimasti sotto osservazione. Una prima stima indicava una decina di agenti coinvolti, ma altre ricostruzioni parlavano di almeno quattro poliziotti feriti.

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Il numero delle persone fermate, al momento vicino a 60, potrebbe aumentare con il completamento degli accertamenti. Più della metà sarebbe minorenne. Le etichette circolate nei resoconti, tra cui “maranza” e “giovani di seconda generazione”, non restituiscono però da sole la composizione del gruppo: tra i fermati figurano anche ragazzi con cognomi italiani e molti vivono tra il capoluogo e l’area metropolitana.


La città torna in ordine

Già nella serata di sabato alcuni cittadini hanno cominciato a rimuovere ciò che era stato rovesciato. Domenica i tavolini dei locali erano nuovamente sistemati, mentre venivano spostate biciclette, rialzate transenne e liberate le strade dai resti degli scontri.

Il sindaco Giuseppe Sala ha distinto le ragioni della protesta dalle modalità con cui è stata condotta, definendo “ingiustificabili” le aggressioni alle forze dell’ordine e i danni provocati alla città. Ha inoltre chiesto alla politica di evitare strumentalizzazioni e di affrontare con responsabilità una fase difficile.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha difeso il diritto a manifestare, ma ha ammonito: “Mettere a ferro e fuoco le nostre città non lo è”. La premier ha anche sollecitato le opposizioni a non mantenere posizioni ambigue sulla violenza.


Le minacce passano dalla rete

Dopo gli scontri è comparso un ulteriore motivo di allarme sulla pagina Instagram “Cori beceri 4.0”, seguita da oltre 20mila persone. Un messaggio ha preso di mira persone musulmane accusate della devastazione e ha sostenuto che alcuni utenti fossero in possesso dei nomi e degli indirizzi dei presunti responsabili, includendo minacce rivolte anche ai loro genitori.

In seguito è stato pubblicato un elenco di nominativi e recapiti, accompagnato dall’invito a raggiungere i quartieri di Affori e Comasina per affrontare alcune persone. Il testo faceva riferimento anche alla possibile presenza della polizia e alla volontà di ricorrere alla violenza in caso di reazione.

Mentre Milano ripulisce il centro e attende dati definitivi su arresti, feriti e danni, la vicenda lascia aperto un interrogativo: come una mobilitazione nata contro il costo della vita abbia potuto trasformarsi in poche ore in una sequenza di scontri capace di paralizzare il cuore della città.

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