La bellezza cambia pelle: la lezione inattuale di Philippe Daverio
Dal corpo femminile all’origine delle parole, il libro postumo di Philippe Daverio mostra come gusto, eleganza e arte siano il risultato di continui cambiamenti storici.
«Più un linguaggio è comprensibile e diretto, più si avvicina alla pubblicità e si allontana dall’arte. Se un quadro ci racconta tutto al primo sguardo, è decorazione». In questa frase di Philippe Daverio si concentra una delle idee centrali del suo libro postumo: la complessità non è un difetto da eliminare, ma una forma di libertà da difendere.
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L’ambiguità protegge la creatività
Le origini dell’eleganza. Un viaggio nella storia dell’arte per capire noi stessi, pubblicato da Solferino in 224 pagine, invita a diffidare delle definizioni troppo semplici. Daverio guarda all’arte come a uno spazio aperto, capace di riflettere il passato ma anche di suggerire ciò che ancora non esiste.
A sostenere questa visione è la cosiddetta “cultura del contagio”, espressione ripresa dal Cardinale Carlo Maria Martini. L’identità europea, secondo questa prospettiva, nasce da scambi continui: lo zero introdotto da Fibonacci, lo zafferano passato dall’uso pittorico alla cucina fino a diventare ingrediente del risotto alla milanese, oppure l’influenza giapponese che trasformò l’arte occidentale.
Il libro continua a interrogare
Il volume riunisce le lezioni che Daverio aveva tenuto alla Facoltà di Design del Politecnico di Milano. La curatela è stata affidata al figlio Sebastiano, che ha scelto di non trasformare il lascito del padre in un oggetto da conservare sotto vetro, ma di renderlo ancora capace di parlare a lettori nuovi.
Ne emerge una raccolta lontana dal trattato universitario tradizionale. Il ragionamento procede attraverso episodi, associazioni inattese e provocazioni colte, conservando quel tono conversativo che aveva reso riconoscibile il critico dal papillon rosso e dal ricciolo barocco. La sua eredità viene così proposta come un pensiero in movimento, non come un archivio concluso.
Quando le parole cambiano senso
Per Daverio, anche i concetti apparentemente più solidi hanno origini concrete. “Classico”, prima di indicare un modello artistico esemplare, designava nell’antica Roma chi apparteneva alla prima fascia censitaria: erano cittadini abbastanza facoltosi da procurarsi l’armamento completo e, proprio per questo, destinati alla prima linea. L’idea di prestigio nasceva dunque da una condizione economica legata persino al rischio di morire per primi.
Un percorso altrettanto sorprendente riguarda “moderno”. Nell’XI secolo, le cancellerie francesi iniziarono a usare la penna d’oca, molto più rapida del calamo. La nuova tecnica produsse una grafia più slanciata e angolare, lontana dalle forme tondeggianti precedenti, e contribuì a creare un gusto visivo riconoscibile anche nelle architetture gotiche. Daverio collega questa scrittura al *modus parisiensis*, da cui deriverebbero “moderno” e, per estensione, “moda”.
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L’eleganza nasce dalla scelta
Il libro separa con decisione il lusso dall’eleganza. In area germanica, il termine *schön*, cioè bello, è accostato a *scheinen*, brillare: una concezione fondata sulla presenza della materia, sulla ricchezza visibile e sull’effetto di abbondanza, dalle coppe micenee agli interni opulenti delle berline tedesche contemporanee.
La tradizione latina, invece, associava il lusso alla luce e lo considerava una possibile corruzione dei costumi, tanto da sottoporlo a restrizioni. L’eleganza veniva ricondotta alla capacità di selezionare e togliere, come nella toga bianca con bordo porpora dei senatori scelti dai censori. «L’eleganza non è sovrabbondanza, ma sottrazione», osserva Daverio: la stessa ricerca di leggerezza che i Greci applicavano all’oro trasformandolo in una lamina sottile e che si ritrova nelle linee essenziali di una Lancia storica.
Il corpo misura il cambiamento
A registrare le trasformazioni del gusto è soprattutto la rappresentazione del corpo femminile. Le donne sottili e pallide di Botticelli riflettono una Firenze prospera e sedentaria; la fisicità tesa delle figure di Michelangelo rimanda invece a un’epoca segnata dalle guerre d’Italia e dalla necessità di apparire pronti all’azione.
Nei dipinti di Rubens, le forme abbondanti diventano una risposta simbolica alla paura della carestia durante la Guerra dei Trent’anni. Nel Novecento, il significato dell’aspetto fisico torna a capovolgersi: l’abbronzatura, un tempo associata ai lavoratori dei campi, acquista prestigio dopo la vacanza di Coco Chanel in Costa Azzurra nell’estate del 1923. Nel dopoguerra Sophia Loren rappresenta l’ideale prospero e formoso nato dall’aumento dei consumi alimentari, mentre negli anni Sessanta i 43 chili di Twiggy impongono una silhouette esile, ormai lontana dal ricordo della fame.
Dal Giappone alla comunicazione digitale
Le stampe *ukiyo-e* e l’Esposizione di Parigi del 1867 offrirono all’Europa una lezione decisiva: non era necessario imitare fedelmente il mondo, si poteva invece sintetizzarlo. L’uccello, nella sensibilità giapponese, non veniva riprodotto soltanto come animale concreto, ma colto nella sua qualità essenziale. Da questa scoperta si svilupparono la semplificazione delle forme, l’astrazione, il razionalismo di Adolf Loos e l’uso dei muri bianchi nel progetto moderno.
Nella parte conclusiva, Daverio definisce il presente un “medioevo digitale”, dominato dallo smartphone e da nuovi predicatori che affidano il messaggio allo slogan emotivo. Contro questa riduzione del pensiero, il volume rivendica il valore delle idee non immediatamente decifrabili: l’arte, suggerisce il critico, non deve consegnare tutto al primo sguardo, perché proprio nell’incertezza può aprire una strada verso ciò che ancora possiamo diventare.
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