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Attualità 4 min di lettura55 min fa

Ilva, produzione congelata e 9mila cassintegrati: la crisi ora è un labirinto

La premier indica magistrati, governi precedenti e Comune di Taranto, mentre la decisione sulla chiusura degli altiforni blocca impianti e vendita dell’acciaieria.

L’area a caldo dell’Ilva è ferma e, anche in caso di una decisione favorevole della Cassazione, la ripartenza non sarebbe immediata: mancano materie prime per gli altiforni e semilavorati destinati agli stabilimenti di Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi. Sullo sfondo si profila il ricorso alla cassa integrazione per 9.000 lavoratori, mentre da tre giorni gli operai sono in sciopero.

La crisi è esplosa dopo il provvedimento con cui la Corte d’Appello di Milano ha imposto lo spegnimento dell’area a caldo entro il 25 ottobre. Il governo, però, ha scelto di attribuire le responsabilità soprattutto ai vincoli giudiziari, alle scelte dei precedenti esecutivi e alle posizioni del Comune di Taranto.

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Gli altiforni aspettano la Cassazione

L’udienza davanti alla Cassazione è stata fissata per il 20 ottobre. Il procuratore generale ha contestato le motivazioni della Corte d’Appello, ma il suo parere non obbliga le Sezioni Unite a seguirne l’impostazione.

Nel frattempo gli impianti restano inattivi. Un eventuale ribaltamento della decisione non consentirebbe comunque di riavviare subito la produzione, perché la sospensione ha interrotto anche l’approvvigionamento dei materiali necessari alle lavorazioni successive.

Il provvedimento dei giudici milanesi non riguarda soltanto l’adeguamento delle prescrizioni ambientali. Tra gli elementi indicati compare anche la presenza di 2.000 tonnellate di amianto negli altiforni, materiale che non può essere rimosso in tempi brevi.


Meloni punta il dito altrove

Al Senato Giorgia Meloni ha descritto come «drammatica» la situazione ereditata dal governo e ha sostenuto che il percorso seguito dall’esecutivo sia stato frenato da «ostacoli ideologici e giudiziari». La presidente del Consiglio ha richiamato anche il decreto con cui la Corte d’Appello ha ordinato lo spegnimento degli impianti a caldo.

Secondo la premier, gli amministratori stavano rispettando le prescrizioni ambientali e sanitarie previste dall’Autorizzazione integrata ambientale. Nel suo intervento ha citato inoltre il sequestro dell’altoforno 1, disposto dopo l’incidente del maggio 2025, senza soffermarsi sul fatto che il cronoprogramma delle manutenzioni indicava la chiusura dell’impianto due mesi prima e che i commissari nominati dal governo non lo avevano seguito.

Il ragionamento di Meloni ha coinvolto anche i governi precedenti, da Mario Monti a Matteo Renzi, e il Movimento Cinque Stelle. La presidente ha ricordato la decisione di sostituire ArcelorMittal, socio di maggioranza, la nomina di una nuova terna di amministratori e il tentativo di cercare compratori ritenuti affidabili.

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Il nodo giudiziario risale al 2021

Alla base dello scontro c’è l’azione inibitoria collettiva avviata nel 2021 dall’associazione Genitori Tarantini. Un passaggio decisivo è arrivato nel 2024, quando la Corte di Giustizia Europea ha stabilito che, in presenza di una prosecuzione dell’inquinamento, l’Ilva deve essere chiusa e le autorizzazioni non possono essere prorogate senza limiti.

Sulla scia di quella pronuncia, a febbraio il Tribunale di Milano aveva concesso tempo fino alla fine di agosto per modificare l’Autorizzazione integrata ambientale sulle emissioni nocive, imponendo scadenze precise. Governo e commissari di Acciaierie d’Italia, la società che gestisce l’impianto, hanno invece puntato sul ricorso in appello senza riaprire sostanzialmente il confronto.

A luglio la Corte d’Appello ha irrigidito le prescrizioni e ha fissato il termine per lo spegnimento dell’area a caldo. La decisione ha trasformato una controversia sulle autorizzazioni in un blocco operativo con conseguenze sull’intero ciclo produttivo.


Vendita ancora senza una soluzione

Nel suo intervento la presidente del Consiglio ha attribuito una parte delle difficoltà anche all’amministrazione di Taranto, accusata di essersi opposta alla nave rigassificatrice. Per Meloni, questa posizione avrebbe fatto tramontare l’interesse di Baku Steel.

La ricostruzione, però, non coincide con l’andamento della trattativa. Il negoziato con il gruppo azero era già in difficoltà: Baku Steel dispone in patria di un solo impianto, lavora con forni elettrici e ha una capacità produttiva di 800mila tonnellate, ma ne realizza circa 300mila. Sono volumi molto inferiori a quelli dell’Ilva, che nella fase di crisi arrivava a circa un settimo della capacità potenziale di 6 milioni di tonnellate.

La società aveva inoltre chiesto un finanziamento da 2,5 miliardi e prezzi dell’energia calmierati. Restavano dubbi anche sulla disponibilità di risorse sufficienti a sostenere la gestione ordinaria in perdita. La questione della nave rigassificatrice, dunque, si è inserita in un’operazione già fragile, più che rappresentare da sola la causa della rottura.

La gara per la vendita è aperta da oltre due anni e nel frattempo il bando è stato modificato e prorogato più volte. Diversi potenziali acquirenti si sono ritirati per ragioni differenti, mentre gli annunci del ministro delle Imprese Adolfo Urso sul rilancio ormai vicino non hanno portato finora a una soluzione definitiva.

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