Garlasco, Stasi punta alla revisione: il nodo del Dna torna centrale
Dopo la chiusura delle nuove indagini, la difesa di Alberto Stasi valuta il deposito dell’istanza e chiede chiarezza sulla gestione degli accertamenti genetici del 2007.
La difesa di Alberto Stasi si prepara a utilizzare gli elementi emersi dalla nuova inchiesta sul delitto di Garlasco per chiedere la revisione della condanna definitiva a 16 anni. Al centro della strategia ci sono le analisi genetiche del 2007 e, in particolare, le informazioni relative ai pedali della bicicletta dell’ex fidanzato di Chiara Poggi.
A Pavia, gli avvocati Antonio De Rensis e Giada Bocellari hanno ritirato gli atti dell’indagine appena conclusa, nella quale Andrea Sempio risulta l’unico indagato. La Procura dovrà ora valutare gli sviluppi investigativi, mentre il collegio difensivo sostiene che il nuovo materiale possa incidere sul processo terminato con la condanna di Stasi.
Il Dna è il nodo della difesa
Secondo quanto riferito dai legali, alcuni risultati ritenuti negativi nell’esame dei pedali non sarebbero stati comunicati durante la prima inchiesta. De Rensis ha sostenuto che queste circostanze cambiano la lettura del caso e ha dichiarato davanti al palazzo di giustizia: «Non vedo proprio Alberto Stasi sulla scena del crimine dopo queste ultime rivelazioni che sono devastanti».
La ricostruzione, tuttavia, è contestata dagli stessi documenti dell’epoca. Un verbale firmato dal professor Francesco Maria Avato riporta infatti che il 24 settembre 2007 erano stati esaminati gli esiti relativi ai giorni successivi al 19 agosto e indicava una “superficie negativa”. La difesa, invece, sostiene che quei dati non furono portati all’attenzione degli inquirenti che seguivano il primo procedimento, compresa la pm Rosa Muscio della Procura di Vigevano.
De Rensis ha chiesto di verificare come siano state trattate le informazioni disponibili e ha distinto le eventuali responsabilità individuali dall’operato complessivo dell’Arma dei carabinieri e dei Ris. Il legale ha inoltre criticato l’atteggiamento di chi, a suo giudizio, si rifugia nei “non ricordo”, sostenendo che ogni passaggio dell’attività dei consulenti debba essere riferito al pubblico ministero.
La richiesta è sempre più vicina
La documentazione sarà ora analizzata dagli avvocati, che lavorano da mesi alla possibile istanza. Bocellari ha spiegato che il testo già predisposto verrà aggiornato con gli elementi ritenuti utili e che il deposito avverrà appena il lavoro sarà completato, senza considerare decisiva la differenza tra un mese e l’altro.
«Si va verso la revisione in modo sempre più deciso, ci stavamo lavorando da mesi, stiamo ri-verificando tutto», ha detto Bocellari ai cronisti. La legale ha aggiunto che la difesa dispone anche di ulteriori elementi provenienti dalle proprie attività e ha lasciato intendere che alcuni di questi potrebbero risultare sorprendenti.
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L’obiettivo dichiarato resta dimostrare l’innocenza di Stasi, non limitarsi a sostenere l’esistenza di un dubbio ragionevole. La difesa precisa inoltre che l’accertamento di eventuali errori nella prima indagine deve procedere separatamente dalla revisione del processo: secondo Bocellari, nessuno ha mai sostenuto l’esistenza di un piano per incastrare Stasi, ma gli errori devono comunque essere chiariti.
Le contestazioni sulle prime indagini
Nel motivare la condanna, anche la Cassazione aveva richiamato una serie di omissioni, errori procedurali e tracce non adeguatamente valutate. Tra gli aspetti citati figuravano la mancata perquisizione tempestiva dell’officina del padre di Stasi, l’assenza del luminol durante gli accertamenti nella casa e l’esame del computer senza una preventiva copia del disco rigido.
Secondo le ricostruzioni riportate nelle motivazioni, 16 accessi effettuati sul portatile avrebbero modificato circa tre quarti dei file. Nella villetta, inoltre, entrarono 25 persone tra investigatori, medici legali e necrofori senza i calzari previsti; sei delle 17 impronte digitali complete raccolte appartenevano a tre ufficiali dei carabinieri privi di guanti.
Altri elementi riguardavano i segni individuati sul corpo di Chiara Poggi. Sulla spalla del pigiama erano state fotografate impronte di quattro dita insanguinate, poi cancellate durante lo spostamento del cadavere sul pavimento. Nel processo d’appello bis, la procuratrice generale Laura Barbaini aveva collegato quelle tracce alla dinamica dell’aggressione e al successivo trasferimento del corpo lungo le scale.
Responsabilità ancora da verificare
De Rensis ha assicurato che la difesa non intende fermarsi davanti a eventuali responsabilità e ha espresso fiducia nel fatto che il Comando generale dell’Arma dei carabinieri possa fare piena luce sugli aspetti emersi. Il legale ha però separato questo tema dalla posizione del proprio assistito, che starebbe seguendo gli sviluppi cercando di mantenere l’equilibrio di fronte a una vicenda definita dolorosa e tragica.
Bocellari ha infine osservato che gli anni trascorsi in carcere non potranno essere restituiti a Stasi. Per questo, mentre la Procura prosegue le verifiche su quanto accaduto nel 2007 e Andrea Sempio resta l’unico indagato nella nuova inchiesta, la difesa intende depositare la richiesta di revisione il prima possibile.