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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

G20 di Miami, il piano di Zelensky resta in bilico: nessuna conferma da Usa e Russia

Il presidente ucraino riapre la possibilità di un colloquio con Mosca e Washington, mentre l’aggressione a una fotoreporter americana riaccende le tensioni in Cisgiordania.

Il possibile vertice tra Ucraina, Stati Uniti e Russia al G20 di Miami rimane un’ipotesi senza conferme ufficiali. Volodymyr Zelensky sostiene che Washington stia valutando un incontro a tre, ma né Mosca né gli Stati Uniti hanno finora avallato pubblicamente l’iniziativa.

La giornata è stata segnata anche dalle accuse della fotoreporter americana Heidi Levine, aggredita in Cisgiordania mentre documentava la raccolta delle olive palestinesi. Sullo sfondo restano inoltre le dichiarazioni di Donald Trump sull’Iran, l’esplosione di un deposito di munizioni a Baghdad e gli allarmi legati al traffico petrolifero nello Stretto di Hormuz.

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Il vertice resta soltanto un’ipotesi

Secondo quanto riferito da Zelensky, gli Stati Uniti starebbero cercando una formula per riunire allo stesso tavolo i leader ucraino, americano e russo. Tra le sedi considerate ci sarebbero alcuni Paesi del Medio Oriente, in particolare Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, oltre agli Stati Uniti durante il vertice del G20 previsto a dicembre a Miami.

Il presidente ucraino ha però precisato che il progetto non ha ancora ricevuto l’assenso delle altre parti. Non esiste, quindi, una data definita né una conferma dello svolgimento dell’incontro. L’ipotesi è stata rilanciata da Zelensky attraverso dichiarazioni riportate da Ukrainska Pravda.


Fotoreporter denuncia l’aggressione

Heidi Levine, collaboratrice del Washington Post, ha raccontato di essere stata circondata da almeno una ventina di coloni mentre si trovava in una valle della Cisgiordania. Gli aggressori l’avrebbero fatta cadere, colpita con bastoni e privata di parte dell’attrezzatura fotografica; la giornalista ha riferito anche di sospetti sanitari relativi a una possibile ferita da arma da taglio.

La fotoreporter ha contestato la ricostruzione di Benyamin Netanyahu, secondo cui alcuni giovani israeliani l’avrebbero aiutata. In un’intervista televisiva ha sostenuto che a soccorrerla siano stati soltanto i colleghi e alcuni palestinesi, aggiungendo: «Non pensavo che sarei uscita viva da lì». Ha inoltre accusato gli aggressori di danneggiare l’immagine di Israele nel mondo.

Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha reagito alle immagini dell’episodio definendosi «molto turbato» e ha chiesto a Israele di intervenire contro la violenza nella regione. Levine stava seguendo il raccolto annuale delle olive palestinesi, attività che, secondo il resoconto, sarebbe stata più volte ostacolata dai coloni.

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Trump torna sulle minacce iraniane

Durante un comizio alla Northern Kentucky University, Donald Trump ha sostenuto che l’Iran non debba poter disporre di armi nucleari, affermando che Teheran le impiegherebbe se ne avesse la disponibilità. Il presidente americano ha collegato queste parole a una precedente operazione statunitense, descritta come un’azione che avrebbe neutralizzato la capacità nucleare iraniana.

Trump ha detto che l’intervento sarebbe stato portato a termine nei tempi stabiliti e ha previsto una conclusione rapida della crisi. Ha inoltre dichiarato che, una volta terminata, i prezzi della benzina potrebbero scendere sotto i livelli precedenti.


Baghdad e Hormuz sotto pressione

A Baghdad è esploso un deposito di munizioni all’interno di una base delle Forze di Mobilitazione Popolare, coalizione di gruppi paramilitari formalmente inserita nell’esercito iracheno. L’alleanza ha comunicato che, al momento della segnalazione, non risultavano vittime.

Le Forze di Mobilitazione Popolare nacquero nel 2014 per combattere l’Isis. Alcune componenti vicine all’Iran continuano tuttavia a operare con una notevole autonomia e in passato hanno rivendicato attacchi contro interessi americani in Iraq e nella regione. Esplosioni e incendi nelle basi irachene sono frequenti, ma le cause vengono raramente chiarite.

Nello Stretto di Hormuz, due superpetroliere cariche di oltre 2 milioni di barili di greggio avrebbero preso fuoco dopo l’impatto con mine. Nelle stesse ore sono stati segnalati nuovi incendi in impianti di Aramco, mentre gli Houthi, sostenuti da Teheran, avrebbero impegnato le forze saudite nei pressi di Riad e nella parte orientale del regno.

I ribelli yemeniti hanno inoltre denunciato attacchi sauditi nell’area di Taiz e nella provincia di Dhamar, riferendo di 12 morti, tra cui 3 bambini. Il quadro resta in evoluzione e le informazioni disponibili non consentono, allo stato attuale, di ricostruire tutti i dettagli degli episodi.

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