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Fame, il conto delle guerre: 49 milioni di persone a rischio entro il 2027

Il nuovo rapporto internazionale fotografa l’impatto combinato di conflitti, crisi climatica e riduzione degli aiuti, con Somalia e Sudan tra i Paesi più esposti.

Conflitti armati, eventi climatici estremi e tagli agli aiuti stanno riportando indietro la lotta contro la fame. Nel 2025 sono state 645 milioni le persone che hanno sofferto la fame, mentre il fenomeno potrebbe aggravarsi nei prossimi anni: il nuovo El Niño rischia di spingere altre 49 milioni di persone verso la fame acuta entro la fine del 2027.

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Fame e crisi ormai si sommano

Il quadro è contenuto nell’Indice Globale della Fame 2026, curato per l’edizione italiana da CESVI e realizzato da Welthungerhilfe, Institute for International Law of Peace and Armed Conflict e Helvetas. Dei 645 milioni di persone colpite nel 2025, 147,4 milioni vivevano in 19 Paesi segnati dalla guerra, mentre 87,5 milioni si trovavano in 16 Stati colpiti da fenomeni climatici estremi.

Anche i bambini pagano il prezzo più alto. Nel corso dello stesso anno, 35,5 milioni hanno sofferto di malnutrizione acuta e quasi 10 milioni hanno raggiunto la forma più grave. La carestia è stata inoltre accertata contemporaneamente nella Striscia di Gaza e in Sudan; nel 2026 il rischio riguarda anche Somalia, Sud Sudan e Yemen.

Il rapporto registra 65 conflitti armati nel 2025, il dato più elevato dalla Seconda guerra mondiale. Nello stesso periodo Acled ha contato più di 204mila episodi di violenza e oltre 240mila vittime. Sul fronte ambientale, 358 disastri naturali, terremoti compresi, hanno coinvolto più di 110 milioni di persone.

Stefano Piziali, direttore generale di CESVI, sintetizza così il legame tra i fenomeni: «Guerra e clima non sono più emergenze separate: nella maggior parte delle crisi alimentari si sommano e si alimentano a vicenda». A suo giudizio, ridurre gli aiuti nelle aree più colpite significa aumentare il rischio di nuove crisi.


Somalia al livello più drammatico

La Somalia presenta il risultato peggiore dell’indice: 47,0 punti, una condizione definita allarmante. Più di un abitante su due è denutrito e un bambino su dieci non arriva ai cinque anni. A incidere sono la siccità, il conflitto con Al-Shabaab, l’aumento dei prezzi legato alla crisi mediorientale e la diminuzione dei finanziamenti, che ha portato alla chiusura di oltre 500 strutture sanitarie e nutrizionali.

Nel 2026 la fame acuta è aumentata del 43%. Entro giugno 2027, 1,92 milioni di bambini potrebbero soffrire o essere esposti al rischio di malnutrizione acuta. L’arrivo di El Niño potrebbe trasformare mesi di siccità in nuove alluvioni, mettendo in pericolo tra 2,5 e 3,5 milioni di persone.

Nonostante la gravità della situazione, il punteggio somalo è sceso per la prima volta sotto la soglia «estremamente allarmante» tra gli anni considerati, passando dal 64,4 del 2000 al dato attuale. CESVI prevede di assistere oltre 8.500 bambini con malnutrizione acuta nelle aree di Hobyo e Beletweyne e di preparare le comunità a riconoscere con maggiore anticipo siccità e inondazioni.

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Sudan, Afghanistan ed Etiopia in bilico

In Sudan, dopo più di tre anni di guerra, quasi 19,5 milioni di persone, pari a due abitanti su cinque, affrontano una grave insicurezza alimentare. Per il 2026 sono attesi 4,2 milioni di bambini colpiti da malnutrizione acuta, mentre l’instabilità impedisce di calcolare con precisione il punteggio del Paese, classificato provvisoriamente come allarmante.

In Afghanistan i progressi si sono fermati: il 42% dei bambini sotto i cinque anni presenta un ritardo nella crescita e ad agosto 3,7 milioni erano in condizioni di malnutrizione acuta. In Etiopia, invece, il conflitto nella regione di Amhara, l’incremento del 60% del prezzo del mais in un anno e il pericolo di alluvioni nel sud-est hanno reso impossibile stimare per il 2025 il numero delle persone esposte alla fame acuta.

A livello globale, il punteggio dell’indice è 18,1, classificato come moderato, ma la situazione è peggiorata rispetto al 2018. La fame è considerata allarmante in Burundi, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Madagascar, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Yemen; in altri 36 Paesi è grave. In 32 Stati il livello risulta inoltre superiore a quello del 2018.


Progressi fragili tra aiuti e clima

L’Africa subsahariana resta l’area con il maggiore livello di fame: il suo punteggio, 27,5, è grave e rappresenta il primo peggioramento rispetto al 2018 tra gli anni di riferimento. In America Latina e nei Caraibi la produzione alimentare sarebbe sufficiente, ma disuguaglianze ed esclusione continuano a lasciare milioni di persone in condizioni di insicurezza; in Guatemala il ritardo nella crescita riguarda il 44,6% dei bambini sotto i cinque anni.

Anche Asia occidentale e Nord Africa mostrano un’inversione di tendenza. La disponibilità media di acqua dolce è di circa 480 metri cubi per abitante all’anno, al di sotto della soglia di scarsità assoluta, e il punteggio regionale è salito a 12,5 dall’11,9 del 2018. In Asia orientale e nel Sud-est asiatico, invece, il valore resta contenuto a 8,1, dopo il forte calo registrato dal 2000.

Non mancano segnali positivi: dal 2018, 31 Paesi hanno ridotto di almeno il 10% il proprio punteggio e la mortalità infantile continua a diminuire. Le persone in condizioni di fame catastrofica sono passate da 1,4 milioni a circa 327mila, anche grazie alla riduzione dei combattimenti e alla maggiore presenza di aiuti a Gaza e in Sudan.

Il miglioramento resta però esposto a nuovi contraccolpi. Nel 2026 l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari ha già registrato 64 emergenze legate a eventi climatici estremi. Il rapporto segnala inoltre che gli aiuti umanitari potrebbero diminuire del 40%, proprio mentre siccità, alluvioni, guerre e tensioni sul commercio dei fertilizzanti rischiano di aumentare il numero delle persone senza cibo.

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