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Attualità 5 min di lettura56 min fa

Fame globale, la svolta è fragile: 645 milioni a rischio nel 2025

Il rapporto GHI 2026 fotografa l’impatto combinato di guerre, crisi climatiche e riduzione degli aiuti, con Somalia e Sudan tra i Paesi più esposti.

La lotta alla fame mostra alcuni risultati, ma resta appesa a equilibri molto fragili. Dal 2018, 31 Paesi hanno diminuito di almeno il 10% il proprio punteggio nell’Indice Globale della Fame e la mortalità infantile continua a ridursi. Anche le persone in condizioni di fame catastrofica sono scese da 1,4 milioni a circa 327mila, grazie alla diminuzione dei combattimenti e all’aumento degli aiuti in Gaza e Sudan.

Tuttavia, una parte di questi progressi è difficile da verificare e rischia di essere cancellata dalla riduzione dei finanziamenti: secondo il rapporto, gli aiuti umanitari sono destinati a diminuire del 40%. È in questo scenario che il nuovo rapporto, curato da Cesvi per l’edizione italiana e realizzato da Welthungerhilfe, Institute for International Law of Peace and Armed Conflict e Helvetas, descrive l’evoluzione dell’emergenza alimentare mondiale.

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Le aree dove la fame arretra

L’Africa subsahariana mantiene il livello di fame più elevato del pianeta. Il suo punteggio nel 2026 è pari a 27,5, classificato come grave e superiore a quello del 2018: si tratta del primo peggioramento registrato tra gli anni di riferimento.

In America Latina e nei Caraibi la disponibilità complessiva di cibo sarebbe sufficiente, ma disuguaglianze ed esclusione continuano a lasciare milioni di persone in condizioni di insicurezza alimentare. In Guatemala, il 44,6% dei bambini sotto i cinque anni presenta un ritardo nella crescita, con incidenze ancora maggiori nelle comunità indigene e rurali.

Anche Asia occidentale e Nord Africa hanno interrotto il precedente miglioramento. Il punteggio regionale è salito a 12,5, contro l’11,9 del 2018, mentre ogni abitante dispone in media di circa 480 metri cubi d’acqua dolce l’anno, una quantità inferiore alla soglia di scarsità assoluta. In Asia orientale e nel Sud-est asiatico, invece, la fame è diminuita nettamente dal 2000, anche se dal 2018 la riduzione si è quasi fermata: il valore del 2026 è 8,1.


Guerre e clima spingono l’emergenza

Nel 2025, 645 milioni di persone hanno sofferto la fame, una cifra paragonabile alla popolazione europea. Di queste, 147,4 milioni vivevano in 19 Paesi attraversati da conflitti, mentre 87,5 milioni si trovavano in 16 Stati colpiti da fenomeni climatici estremi. Tra i più vulnerabili ci sono i bambini: 35,5 milioni hanno affrontato la malnutrizione acuta, quasi 10 milioni nella forma più severa.

L’anno scorso ha contato 65 conflitti armati, il numero più alto dalla Seconda guerra mondiale. Gli episodi di violenza censiti da Acled hanno superato quota 204mila, con oltre 240mila vittime. Nello stesso periodo, 358 disastri naturali, terremoti compresi, hanno coinvolto più di 110 milioni di persone.

Il nuovo El Niño, atteso almeno fino all’inizio del 2027, potrebbe aggiungere 49 milioni di persone alla popolazione esposta alla fame acuta entro la fine del 2027. La siccità è prevista nell’Africa meridionale, nel Sahel e in Asia, mentre il Corno d’Africa potrebbe essere colpito da precipitazioni e alluvioni. Nel 2026 le Nazioni Unite hanno già rilevato 64 emergenze legate a eventi climatici estremi.


Somalia e Sudan al limite

La Somalia registra il dato peggiore dell’Indice Globale della Fame 2026: 47,0, una condizione definita allarmante. Più di una persona su due è denutrita e un bambino su dieci non raggiunge i cinque anni di vita. Siccità, combattimenti con Al-Shabaab, rincari legati alla crisi mediorientale e riduzione degli aiuti hanno aggravato la situazione; oltre 500 strutture sanitarie e nutrizionali hanno chiuso.

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Nel 2026 la fame acuta è aumentata del 43% e, entro giugno 2027, 1,92 milioni di bambini potrebbero soffrire o rischiare di soffrire di malnutrizione acuta. L’arrivo di El Niño potrebbe trasformare la siccità in nuove alluvioni, esponendo tra 2,5 e 3,5 milioni di persone. Nonostante tutto, il punteggio somalo è sceso sotto la soglia di massima allerta per la prima volta rispetto agli anni considerati, migliorando dal 64,4 del 2000.

«Guerra e clima non sono più emergenze separate: nella maggior parte delle crisi alimentari si sommano e si alimentano a vicenda», ha spiegato Stefano Piziali, direttore generale di Cesvi. Secondo Piziali, la fame moltiplica gli effetti dell’instabilità e ridurre gli aiuti nei luoghi più colpiti significa aumentare il rischio di nuove crisi.

Il Sudan, dopo oltre tre anni di guerra, conta quasi 19,5 milioni di persone in grave insicurezza alimentare, pari a due abitanti su cinque. Nel 2026 si attendono 4,2 milioni di bambini con malnutrizione acuta, ma il conflitto non consente nemmeno di calcolare con certezza il punteggio nazionale, indicato provvisoriamente come allarmante.


Un peggioramento dopo anni

Il punteggio globale del 2026 è 18,1, livello considerato moderato, ma il dato nasconde situazioni molto più drammatiche. La fame è allarmante in Burundi, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Madagascar, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Yemen; altri 36 Paesi sono classificati in condizioni gravi e in 32 Stati la situazione è peggiore rispetto al 2018.

Nei Paesi segnati da conflitti prolungati il punteggio mediano raggiunge 22,1, sopra il valore di 15,2 registrato dagli Stati in pace nel 2000. Il rapporto parla così della perdita di quasi una generazione di risultati ottenuti contro la fame.

Afghanistan ed Etiopia confermano la profondità della crisi. Nel primo Paese, il 42% dei bambini sotto i cinque anni presenta un ritardo della crescita e ad agosto 3,7 milioni erano colpiti da malnutrizione acuta. In Etiopia, gli scontri in Amhara, l’aumento del 60% del prezzo del mais in un anno e la minaccia di alluvioni nel sud-est hanno impedito di stimare per il 2025 il numero delle persone in condizioni di fame acuta.

Il rapporto segnala infine che la carestia è stata confermata contemporaneamente nella Striscia di Gaza e in Sudan, mentre nel 2026 il rischio riguarda anche Somalia, Sud Sudan e Sudan. Il blocco dello Stretto di Hormuz, attraversato da circa un terzo del commercio marittimo mondiale di fertilizzanti, potrebbe inoltre spingere altre 45 milioni di persone verso la fame acuta.

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