Europa al bivio nel mondo senza regole: la sfida delle grandi potenze
Marta Dassù ed Edoardo Campanella descrivono un sistema internazionale frammentato, dove tecnologia, debito e interessi nazionali ridisegnano gli equilibri.
Michele Valensise invita a non considerare l’Europa come un progetto ormai fallito. «L’Europa esiste eccome», ha affermato il presidente dello Iai, indicando nell’integrazione e nella capacità di reagire le condizioni per evitare che il continente si chiuda dentro le sole politiche nazionali.
Il tema è emerso durante la presentazione di *L’età della prepotenza. Perché i nuovi imperi sono destinati a fallire*, volume scritto da Marta Dassù con Edoardo Campanella e pubblicato da Mondadori. L’incontro si è svolto al Centro Studi Americani di Roma davanti a una platea affollata, con numerosi ambasciatori italiani, in carica e a riposo, tra il pubblico.
L’Europa cerca un nuovo peso
Secondo Valensise, il continente non va interpretato semplicemente come un impero incompleto. La sua costruzione politica nasce infatti da una concezione del potere diversa da quella perseguita da Stati Uniti, Cina e Russia, associati nel libro a differenti forme di ambizione imperiale.
La capacità europea di fissare norme, da sola, non è però più sufficiente. Dassù sostiene che l’Unione debba rendere più efficaci le proprie regole e affiancare alla forza normativa strumenti strategici capaci di valorizzare il mercato, il risparmio e le competenze già disponibili.
Per Lorenzo Bini Smaghi, già membro della Banca centrale europea, la possibilità di contare passa anche dalla nascita di grandi gruppi continentali. Non basterebbero gli interventi pubblici: servirebbe mobilitare il capitale privato europeo per sostenere imprese nei settori decisivi, replicando in più ambiti l’esperienza di Airbus.
La globalizzazione ha cambiato natura
La tesi degli autori parte dal superamento dell’idea di una globalizzazione uniforme, nella quale i mercati avrebbero progressivamente attenuato i contrasti politici. Dalla crisi finanziaria del 2008, spiega Dassù, alcune tendenze erano già visibili; oggi si sono consolidate e hanno assunto una forma più aspra.
Washington e Pechino stanno impiegando gli strumenti economici per difendere i propri interessi e contenere il rivale. Al centro della contesa si trova soprattutto la tecnologia, mentre l’interdipendenza commerciale non appare più sufficiente a ridurre le tensioni.
La prospettiva delineata nel libro non coincide tuttavia con l’avvento di due nuovi imperi pronti a dividersi il pianeta. Dassù esclude sia uno scontro diretto sia una spartizione concordata: lo scenario più probabile è una lunga fase di frammentazione, nella quale il peso delle regole comuni continua a diminuire.
Il potere si disperde
L’espressione scelta dagli autori è “assenza di ordine”. Non indica soltanto un periodo di instabilità, ma mette in discussione l’utilità stessa di un sistema internazionale basato su principi condivisi. Nella lettura di Dassù, si va verso un multipolarismo privo di un centro stabile e caratterizzato da equilibri mutevoli.
Il riferimento teorico è la definizione di ordine internazionale elaborata da Henry Kissinger, fondata su una relativa stabilità dei rapporti di forza e su un nucleo di norme accettate almeno in parte da tutti. Oggi, secondo Dassù, entrambe queste condizioni risultano indebolite.
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La distribuzione dell’influenza non riguarda più soltanto gli Stati. Le grandi piattaforme tecnologiche e gli altri soggetti privati possono incidere sulle decisioni pubbliche, sulle economie e sulle relazioni internazionali, mentre le potenze intermedie cercano di evitare una scelta definitiva tra gli schieramenti.
Debito e forza non bastano
Giampiero Massolo ha sottolineato la differenza tra disordine e assenza di ordine. Nel primo caso le regole rimangono riconoscibili, anche quando vengono violate; nel secondo, invece, viene contestata la nozione stessa di regola. La conseguenza è una politica estera sempre più orientata alla dimostrazione dell’interesse nazionale attraverso la pressione o la minaccia della forza.
Il possesso di strumenti superiori non garantisce però il raggiungimento degli obiettivi. Stati Uniti, Cina e Russia dispongono di risorse molto più ampie rispetto alla maggior parte degli altri attori, ma devono fare i conti con dipendenze, ostacoli e capacità di blocco che limitano l’efficacia dell’azione tradizionale.
Per le potenze medie prende così piede il cosiddetto multi-allineamento: collaborare con interlocutori diversi in base alla questione affrontata, senza legarsi stabilmente a un unico campo. Le alleanze durature lasciano spazio a intese temporanee, mentre il confine tra centro e periferia diventa meno netto.
Bini Smaghi ha concentrato l’attenzione sul prezzo economico della competizione imperiale. Una potenza può ottenere vantaggi dal proprio ruolo dominante, ma deve sostenere costi sempre maggiori per conservarlo. La rivalità tra Washington e Pechino rende evidente questa difficoltà.
Gli Stati Uniti hanno finanziato a lungo una parte della propria economia importando più di quanto esportassero; l’antagonismo con la Cina ha però accresciuto il fabbisogno finanziario americano. Pechino affronta una fragilità diversa: per restare centrale nelle catene produttive globali deve mantenere elevati produzione ed esportazioni, comprimendo al tempo stesso il peso dei consumi interni.
«Le due grandi potenze, Cina e Stati Uniti, hanno il pianeta d’argilla», ha sintetizzato Bini Smaghi, descrivendo la loro rivalità come una corsa sostenuta dal debito e dunque esposta a problemi di tenuta.
Proprio questa dipendenza reciproca può offrire all’Europa un margine d’azione. Il suo mercato e la sua capacità di risparmio restano utili sia a Washington sia a Pechino; il nodo, per il continente, consiste nel trasformare tale rilevanza economica in decisioni e strumenti concreti.
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