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Attualità 4 min di lettura5 ore fa

Era della prepotenza: il rischio per l’Europa nel nuovo mondo

Marta Dassù ed Edoardo Campanella descrivono un sistema globale senza regole condivise, dove tecnologia, debito e potenze medie ridisegnano gli equilibri internazionali.

La fine della pax americana e il ridimensionamento dell’interdipendenza economica stanno cambiando il modo in cui il mondo affronta le crisi. È la lettura proposta da Alessandra Sardoni durante la presentazione del libro di Marta Dassù ed Edoardo Campanella, dedicato alla nuova fase della competizione globale.

Secondo la giornalista, per decenni l’Occidente ha dato per acquisiti due presupposti: gli Stati Uniti come garante ultimo della stabilità internazionale e i legami economici come possibile argine ai conflitti. Entrambe le convinzioni, oggi, appaiono più fragili.


Le regole non sono più un punto fermo

Giampiero Massolo ha individuato nella differenza tra disordine e assenza di ordine uno dei nodi principali dell’analisi. In una situazione disordinata, ha spiegato, le norme continuano comunque a essere riconosciute, anche quando vengono infrante; nello scenario attuale, invece, è il valore stesso delle regole a essere contestato.

La conseguenza è un sistema nel quale l’interesse nazionale viene perseguito attraverso la pressione, la forza o la minaccia del suo impiego. Tuttavia, la superiorità materiale non assicura automaticamente il raggiungimento degli obiettivi: Stati Uniti, Cina e Russia dispongono di strumenti enormi, ma devono fare i conti con dipendenze, ostacoli e capacità di blocco esercitate anche da soggetti meno potenti.

Ne deriva una geografia internazionale senza un centro facilmente riconoscibile. Le potenze medie cercano spesso di evitare una scelta definitiva tra gli schieramenti e modulano le proprie partnership in base ai singoli dossier. Le alleanze permanenti lasciano così spazio a intese temporanee e a forme di collaborazione variabili.


Washington e Pechino sfidano i propri limiti

La competizione tra Stati Uniti e Cina non riguarda più soltanto gli scambi commerciali. Le due potenze stanno usando strumenti economici e industriali come leve strategiche, mentre la tecnologia è diventata il principale terreno di confronto.

Marta Dassù ha spiegato che le tendenze già emerse dopo la crisi finanziaria del 2008 si sono rafforzate. Al posto della precedente fiducia in mercati sempre più integrati, si afferma una rivalità nella quale produzione, finanza e innovazione tecnologica vengono impiegate per consolidare il peso geopolitico.

La tesi del volume non prevede però la semplice sostituzione dell’ordine precedente con un nuovo duopolio imperiale. Gli autori descrivono piuttosto una fase di frammentazione prolungata, nella quale il potere si distribuisce tra Stati, Paesi di media dimensione e soggetti privati, comprese le grandi piattaforme tecnologiche.

La formula scelta è quella dell’assenza di ordine: non una parentesi passeggera, ma la messa in dubbio dell’idea che un sistema internazionale fondato su norme condivise sia ancora necessario. Il risultato potrebbe essere un multipolarismo instabile, con rapporti di forza mutevoli e frequenti ricatti reciproci.


Il peso economico degli imperi

Lorenzo Bini Smaghi ha esaminato lo stesso scenario partendo dai costi che ogni potenza deve sostenere per mantenere la propria posizione. Un impero può garantire vantaggi al proprio centro politico ed economico, ma richiede risorse sempre maggiori quando la rivalità internazionale cresce.

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Gli Stati Uniti hanno potuto a lungo acquistare dall’estero più di quanto vendessero e finanziare una parte consistente della propria economia con capitali esterni. Il confronto con Pechino, però, ha accresciuto il fabbisogno finanziario di Washington. La Cina presenta una fragilità diversa: per restare centrale nelle catene produttive deve sostenere esportazioni e produzione, mantenendo relativamente contenuti i consumi interni.

Bini Smaghi ha riassunto questa situazione con una metafora: «Le due grandi potenze, Cina e Stati Uniti, hanno il pianeta d’argilla». A suo giudizio, la rivalità si sta trasformando in una competizione alimentata dal debito, con problemi di sostenibilità per entrambi i contendenti.

Da questa vulnerabilità l’economista ricava una prospettiva meno negativa per l’Europa. Il mercato e il risparmio del continente sono risorse di cui hanno bisogno sia gli Stati Uniti sia la Cina; la difficoltà consiste nel convertire questo potenziale in influenza concreta.


L’Europa cerca un ruolo autonomo

Marta Dassù considera l’Unione europea il soggetto più difficile da collocare nella nuova configurazione globale. Non è un impero e ha fondato gran parte della propria identità sulla capacità di fissare norme, ma la sola forza regolatoria non appare più sufficiente.

Per contare nel nuovo contesto, Bruxelles dovrebbe rendere più efficaci le proprie regole e affiancare alla capacità normativa strumenti strategici adeguati. L’obiettivo indicato da Dassù è fare in modo che l’Europa non resti soltanto oggetto delle decisioni altrui, ma partecipi direttamente alla loro elaborazione.

Bini Smaghi ha collegato questa esigenza alla nascita di imprese realmente continentali. Non basterebbe l’intervento pubblico: servirebbe anche capitale privato europeo capace di sostenere aziende attive nei comparti decisivi, dalla tecnologia alla farmaceutica e alla finanza.

Il modello richiamato è quello di Airbus. «Servono tanti Airbus», ha sostenuto l’ex Bce, indicando la necessità di costruire operatori europei competitivi in più settori. L’integrazione, nella sua prospettiva, dovrebbe quindi svilupparsi anche attraverso il mercato e le imprese, non esclusivamente mediante le istituzioni.

Al confronto organizzato dal Centro Studi Americani di Roma hanno partecipato, oltre a Dassù e Campanella, Giampiero Massolo, Carolina De Stefano, Michele Valensise e Lorenzo Bini Smaghi. Valensise, presidente dello Iai, ha invitato a non trasformare le fragilità europee in una lamentela permanente: «L’Europa esiste eccome».

Il diplomatico ha sottolineato che il libro lascia spazio anche alla possibilità di una reazione europea. Per coglierla, tuttavia, sarebbe necessario rafforzare l’integrazione e non affidarsi soltanto alle iniziative dei singoli Paesi.

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