Editori norvegesi contro Meta: chiesto lo stop ai termini
La società ha rinviato al 20 novembre l’entrata in vigore delle nuove condizioni contestate dagli editori
Gli editori norvegesi hanno portato Meta in tribunale per contestare l’aggiornamento delle condizioni d’uso che potrebbe consentire alla società di utilizzare i contenuti giornalistici per sviluppare i propri sistemi algoritmici.
La controversia riguarda anche la tutela dei dati personali presenti negli articoli e il rapporto di forza tra le piattaforme digitali e le imprese editoriali. Meta, intanto, ha spostato dal 30 ottobre al 20 novembre l’applicazione delle nuove regole.
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Le richieste degli editori norvegesi
Le organizzazioni editoriali della Norvegia hanno chiesto al giudice di fermare l’aggiornamento dei termini di servizio. Nel ricorso domandano inoltre che Meta indichi in modo esplicito la possibilità di escludere i contenuti dall’acquisizione automatizzata attraverso il file robot.txt.
Un’altra richiesta riguarda la separazione contrattuale tra i servizi usati per pubblicare e promuovere gli articoli e gli eventuali accordi sul loro impiego nell’addestramento di modelli e algoritmi. Secondo gli editori, questa distinzione ridurrebbe il rischio di pratiche legate alla posizione dominante della società californiana.
Meta ha risposto rinviando l’entrata in vigore delle modifiche. La società ha spiegato di voler fornire chiarimenti aggiuntivi agli editori e ha negato di avere l’intenzione di ottenere diritti ulteriori rispetto a quelli già previsti.
La modifica contestata a Meta
L’attenzione sul caso era stata richiamata il 15 ottobre dalla Fondazione Nieman. L’aggiornamento delle condizioni per gli account aziendali sembrava stabilire che chi avesse continuato a usare Facebook, Instagram o WhatsApp avrebbe accettato automaticamente la raccolta di informazioni sui propri siti da parte di Meta.
Dopo le proteste internazionali, l’azienda aveva precisato che i materiali degli editori sarebbero stati impiegati soltanto per migliorare i prodotti pubblicitari e commerciali destinati agli stessi operatori dell’informazione. Aveva inoltre ricordato che il file robot.txt era già disponibile per impedire l’accesso automatico ai contenuti.
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La Fondazione Nieman, in un’analisi pubblicata il 17 ottobre, aveva però giudicato insufficienti le rassicurazioni. Il testo, secondo diversi esperti citati nell’analisi, avrebbe lasciato a Meta margini ampi per usare gli articoli nello sviluppo di una vasta categoria di prodotti commerciali, senza offrire garanzie chiare sull’effettiva esclusione dei contenuti.
I dati personali negli articoli
La disputa non riguarda soltanto i diritti economici degli editori. Gli articoli contengono infatti dati personali riferiti alle persone coinvolte nei fatti raccontati, dati che i giornali possono trattare per esercitare il diritto di cronaca, ma che non appartengono loro come una normale proprietà commerciale.
Da questa distinzione deriva un problema ulteriore: la titolarità dei diritti d’autore sui testi non autorizzerebbe automaticamente gli editori a trasferire a una società tecnologica tutte le informazioni personali contenute negli articoli per addestrare sistemi di intelligenza artificiale.
Il nodo per l’informazione
L’analisi sostiene che le grandi piattaforme non dovrebbero appropriarsi dei contenuti giornalistici senza un’autorizzazione specifica. Al tempo stesso, gli editori non potrebbero venderli senza limiti per trasformarli in materiale destinato all’addestramento algoritmico, perché finirebbero per disporre anche di dati riferiti a persone terze.
La questione coinvolge quindi sia la sostenibilità economica delle imprese editoriali sia il pluralismo. Se pochi gruppi tecnologici concentrassero un’enorme quantità di informazioni e la utilizzassero per costruire nuovi sistemi di distribuzione e produzione delle notizie, aumenterebbero i rischi di controllo sull’accesso ai contenuti, di influenza sull’opinione pubblica e di perdita del controllo sui dati personali.
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