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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Economia civile, il futuro nasce nei territori: premiata Atipiche

Alla terza giornata del Festival di Firenze si è discusso di cultura, innovazione sociale, comunità energetiche e nuove imprese sostenibili.

La cultura è stata indicata come una componente naturale del confronto sull’economia civile durante la terza giornata del Festival Nazionale dell’Economia Civile di Firenze, arrivato all’ottava edizione. Matteo Spanò, presidente della Fondazione MUS.E Firenze, ha sottolineato il legame tra produzione culturale e sviluppo economico, intervenendo in un programma che ha riunito studiosi, amministratori, cooperative e rappresentanti del mondo imprenditoriale.


Cultura e impresa cercano un nuovo equilibrio

Nel panel dedicato al rapporto tra economia sociale ed economia civile, Stefano Zamagni, professore emerito di Economia Politica all’Università di Bologna e presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali dal 2019 al 2023, ha definito l’economia civile una chiave di lettura della realtà. Secondo Zamagni, essa discende nella modernità dal pensiero francescano e può comprendere al proprio interno esperienze diverse, tra cui quelle riconducibili all’economia sociale.

Gabriele Sepio, avvocato tributarista e segretario generale della Fondazione Terzjus, ha ricondotto i modelli contemporanei dell’economia sociale alla lunga evoluzione dell’economia civile. Si tratta, ha spiegato, di organizzazioni senza scopo di lucro che rispondono a esigenze collettive attraverso forme di gestione democratiche e partecipate. In questo quadro si inserisce anche il Piano nazionale per l’economia sociale, fondato su reciprocità, gratuità e mutualità.


Atipiche vince con la filiera corta

Il riconoscimento più concreto della giornata è andato ad Atipiche, cooperativa di Collalto Sabino, in provincia di Rieti, selezionata nell’ambito del Premio Nazionale Prepararsi al Futuro 2026. Il concorso si rivolge ad aspiranti imprenditori e a startup nate da meno di 36 mesi che abbiano costruito il proprio progetto sulla sostenibilità.

Atipiche ha trasformato la fermentazione in un’attività culturale oltre che produttiva. La cooperativa riunisce agricoltura, lavorazioni alimentari, formazione sul cibo, catering ed esperienze legate al territorio, valorizzando le produzioni locali e il sapere contadino. Il risultato è un modello partecipativo che punta a rafforzare la comunità e a contrastare lo spopolamento delle aree rurali.

Silvia Rossi, direttrice di Fondosviluppo, ha spiegato che il legame con il territorio può distinguere un’impresa, ma deve essere accompagnato da innovazione, competenze gestionali, investimenti, strumenti digitali e solidità economica. Franco Ferrarini, vicepresidente della Fondazione del Credito Cooperativo Tertio Millennio ETS, ha ricordato invece il sostegno offerto dal Credito Cooperativo a cooperative e startup, citando una crescita del 12% superiore rispetto agli altri clienti secondo l’Istituto Tagliacarne. La fondazione segue inoltre cooperative giovanili e, da cinque anni, nuove imprese, alle quali propone anche percorsi di formazione imprenditoriale.


Abitare resta una questione sociale

Il problema della casa è stato al centro del confronto intitolato “Chi resta indietro? Abitare insieme in un mondo che cambia”. Lorenzo Terzani, presidente del Consorzio Fabrica, ha ricordato che le cooperative sociali si sono occupate di politiche abitative già quindici anni fa, nonostante inizialmente questo impegno fosse considerato estraneo alla loro vocazione tradizionale.

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Anna Meli, presidente di COSPE, ha evidenziato come l’emergenza abitativa colpisca soprattutto precari, giovani, studenti e persone con redditi bassi o medio-bassi. Le difficoltà, ha aggiunto, diventano ancora più marcate quando alla fragilità economica si sommano discriminazioni legate all’origine, al colore della pelle o alla condizione amministrativa.

Alessandro Santoni, coordinatore nazionale della Consulta dei Piccoli Comuni dell’ANCI e sindaco del Comune di San Benedetto Val di Sambro, ha spostato l’attenzione sulla libertà di scelta. A suo giudizio, restano indietro non soltanto le persone che vivono lontano dai grandi centri, ma anche le comunità prive di alternative: i piccoli comuni rappresentano circa il 70% dei comuni italiani e il loro futuro è strettamente collegato a quello del resto del Paese.


Energia condivisa ma ancora poco conosciuta

La “democrazia energetica” ha caratterizzato un altro appuntamento della giornata, durante il quale è stata illustrata una ricerca sulle Comunità Energetiche Rinnovabili, realizzata in collegamento con il gruppo di studio CERIS e l’Osservatorio Nazionale sulla Nuova Economia Sociale e Civile. L’indagine ha esaminato 351 comunità, comprese quelle solidali e a impatto sociale.

Dallo studio emerge che queste esperienze attecchiscono soprattutto nei territori dove esistono reti associative e istituzionali solide. I progetti più efficaci coinvolgono più soggetti e possono generare risparmio energetico, contrasto alla povertà, investimenti locali e relazioni sociali. La conoscenza del fenomeno resta però limitata: l’indice NESC si ferma a 0,32 su 1, il valore più basso tra quelli considerati. Tra le proposte avanzate figura il riconoscimento delle comunità energetiche come soggetti economici, con accesso alle risorse e obblighi di trasparenza e responsabilità.

Mario Mantovani, ambientalista e presidente della Fundação Florestal do Estado de São Paulo, ha portato l’attenzione sull’Amazzonia, dove vivono circa 20 milioni di persone. Tra 2 e 4 milioni risiedono nelle principali città, mentre gli altri abitanti vivono nella foresta: per queste comunità, ha spiegato, poter disporre di energia, connessione internet e strumenti adeguati è una condizione di democrazia. L’associazione da lui rappresentata lavora anche per sostenere la valorizzazione di prodotti come le noci del Brasile e le materie prime destinate alla cosmetica, aiutando i produttori a conoscere i prezzi internazionali, ottenere certificazioni e non subire condizioni di acquisto penalizzanti.

Nicola Armaroli, dirigente di ricerca del CNR e divulgatore, ha osservato che gran parte delle tecnologie necessarie alla transizione è già disponibile. In Italia, ha ricordato, Terna ha ricevuto richieste di allacciamento per 300 GW di impianti rinnovabili, a fronte di una potenza di picco compresa tra 45 e 50 GW. Anche realizzare un decimo di quella capacità sarebbe già un risultato significativo; il limite principale, secondo Armaroli, riguarda soprattutto la cultura e la mancanza di elettricisti.

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