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Attualità 4 min di lettura2 giorni fa

Droni e sabotaggi, l’Europa al bivio: la soglia che decide la risposta

Gli attacchi attribuiti alla Russia diventano più visibili, mentre l’Europa cerca una strategia comune senza sacrificare i principi democratici.

La questione decisiva non è più soltanto come definire le azioni russe contro l’Europa, ma quando un sabotaggio, un’incursione o un attacco informatico debbano provocare una reazione coordinata. Secondo Beniamino Irdi, esperto di competizione tra potenze e minacce ibride, quella soglia non è fissata da regole tecniche: dipende dalle scelte politiche degli Stati colpiti.

Negli ultimi mesi gli episodi sono diventati più frequenti e concreti. A settembre la Germania ha attribuito alla Russia il tentativo di colpire con droni esplosivi l’aeroporto di Lipsia/Halle; poco dopo, nel Baltico, una fregata russa ha lanciato razzi di segnalazione verso un elicottero militare danese. In Lituania, invece, è stato abbattuto un drone dotato di esplosivo.


La soglia non è ancora superata

Per anni cyberattacchi, campagne di disinformazione, incendi, sabotaggi e pressioni sulle infrastrutture sono rimasti in una zona intermedia, al di sotto del livello di un’aggressione militare dichiarata. Ora, osserva Irdi, la pressione di Mosca appare più evidente, più fisica e meno attenta alla possibilità di negare il proprio coinvolgimento.

L’analista individua due cambiamenti. Da una parte, l’uso crescente di droni, esplosivi e azioni di sabotaggio suggerisce che la Russia abbia giudicato insufficiente la risposta occidentale alle precedenti operazioni informatiche e propagandistiche. Dall’altra, gli episodi più recenti sembrano difficilmente riconducibili a gruppi non statali: il messaggio, secondo Irdi, potrebbe essere che l’autore non tema più di essere identificato.

Tuttavia, definire ogni episodio come un atto di guerra non risolverebbe il problema. Le operazioni ibride funzionano proprio perché ogni singolo evento tende a sembrare troppo limitato per giustificare una reazione drastica. L’avversario può così aumentare gradualmente la pressione, mentre nelle democrazie diventa difficile raccogliere il consenso necessario per rispondere.


La paura è già un’arma

Il tema non riguarda soltanto i danni materiali. La percezione di una minaccia permanente, per esempio attraverso la presenza ricorrente di droni, può produrre effetti politici anche quando l’azione non raggiunge il suo obiettivo operativo. Paura, divisioni interne e sfiducia nella capacità delle istituzioni diventano risultati utili per chi conduce la campagna.

Irdi considera quindi centrale la dimensione psicologica. Il bersaglio finale non è necessariamente l’infrastruttura colpita, ma la stabilità democratica, la credibilità dello Stato e la capacità di deterrenza. In questo senso, la risposta europea dovrebbe partire da una dottrina condivisa: ogni attacco dovrebbe comportare conseguenze riconoscibili, prevedibili e abbastanza onerose da ridurre il vantaggio atteso dall’aggressore.

Ursula von der Leyen ha descritto il cambiamento in corso durante il discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre, affermando che le minacce contro l’Europa sono “sempre meno ibride e sempre meno minacce”. La presidente della Commissione europea ha anche proposto un meccanismo europeo di emergenza collegato all’articolo 4 della Nato e la nascita di un Consiglio di sicurezza europeo.

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Energia, riserve e aiuti a Kiev

Secondo Irdi, nonostante gli anni di sanzioni, l’Europa dispone ancora di strumenti per aumentare il costo delle azioni russe. Il settore energetico resta uno dei principali, anche se misure più incisive avrebbero conseguenze economiche per gli stessi Paesi europei. Tra le opzioni viene indicato anche l’utilizzo degli asset russi congelati, un terreno sul quale restano aperti interrogativi giuridici e politici.

Un’altra leva è rappresentata dal sostegno convenzionale all’Ucraina, attraverso armamenti, informazioni e assistenza militare. L’esperienza degli ultimi anni mostra però quanto il timore di un’escalation abbia influenzato tempi e modalità delle decisioni occidentali nei confronti di Kiev.

La possibile confisca delle riserve russe solleva inoltre il problema dei precedenti internazionali. Irdi riconosce la delicatezza della scelta, ma ritiene che non sia automatico che altri Stati ritirino i propri fondi dalle istituzioni europee: la situazione russa, sottolinea, è legata all’invasione di un Paese sovrano e a un conflitto protratto da quattro anni e mezzo, condotto sia sul piano tradizionale sia su quello ibrido.


Democrazie sotto pressione

Proprio i principi che proteggono le democrazie liberali possono rallentare le contromisure. Lo Stato di diritto pone limiti all’intervento sui beni congelati, mentre la necessità di rispondere agli elettori rende politicamente rischiose le politiche energetiche capaci di aumentare i prezzi. La trasparenza, inoltre, non può essere applicata nello stesso modo a governi, intelligence e strutture coperte dal segreto di Stato.

Per Irdi non si tratta di rinunciare alle garanzie democratiche, ma di stabilire come difenderle in una fase nella quale gli avversari cercano di sfruttarle. Anche una situazione eccezionale di sicurezza può richiedere un diverso equilibrio tra interessi, protezione delle informazioni e controllo pubblico.

La proposta di un Consiglio di sicurezza europeo si inserisce in questo quadro. Avrebbe valore soltanto se fosse dotato di reali poteri decisionali e della possibilità di produrre conseguenze concrete; un ulteriore tavolo di discussione, senza strumenti operativi, rischierebbe invece di incidere poco. Il nodo resta la sovranità: proprio quando si affrontano temi di sicurezza nazionale, gli Stati membri mostrano la maggiore resistenza a trasferire competenze a livello europeo.

L’analisi è stata presentata da Irdi in vista degli “HG Dialogues”, appuntamento dedicato a sicurezza nazionale, imprese e rapporto tra pubblico e privato, previsto il 6 novembre alla Luiss di Roma. La discussione si concentra dunque su una domanda ancora aperta: quanto è disposta l’Europa a cambiare i propri meccanismi di reazione senza indebolire le libertà che intende proteggere?

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