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Attualità 4 min di lettura38 min fa

Dopo la morte resta un avatar? La sfida dell’eredità digitale

Volto, voce, profili e archivi personali possono sopravvivere a chi li ha creati: il nuovo Centro dell’Università Pegaso studia regole, rischi e diritti.

Un uomo può essere ricreato digitalmente dopo la morte e tornare a parlare davanti a un giudice? Nel 2025, in Arizona, la famiglia di Christopher Pelkey, ucciso durante una lite stradale, ha mostrato un filmato nel quale il defunto pronunciava una dichiarazione rivolta all’autore dell’omicidio. Volto e voce erano stati ricostruiti con l’intelligenza artificiale, mentre il testo era stato scritto dalla sorella immaginando le sue parole.

Il caso riassume una delle questioni più delicate dell’era digitale: che cosa accade a dati, fotografie, messaggi, profili e contenuti acquistati quando il loro titolare non c’è più? E soprattutto, chi può decidere se trasformare quella traccia digitale in una sorta di persona artificiale capace di interagire con i familiari?


L’identità può diventare eredità

Secondo Valeria Confortini, direttrice del nuovo Centro di eccellenza Jean Monnet sull’eredità digitale dell’Unione europea dell’Università Pegaso, la digitalizzazione sta mettendo sotto pressione le regole tradizionali delle successioni. Il problema non riguarda più soltanto il recupero delle immagini conservate in un archivio remoto o la chiusura di un profilo sociale.

“Un algoritmo può essere addestrato utilizzando i dati personali raccolti durante la vita e può riprodurre voce, sembianze, preferenze e modalità di interazione di una persona”, spiega Confortini. Una ricostruzione simile può essere voluta dal diretto interessato, ma anche realizzata dai parenti o da un’impresa senza un’autorizzazione lasciata prima della morte.

Il nodo diventa ancora più complesso quando l’avatar possiede un valore economico. La giurista propone il caso di una persona che abbia ordinato la distruzione della propria replica digitale dopo la morte, mentre gli eredi intendano mantenerla per sfruttarne i proventi. Oggi non è chiaro se debba prevalere la volontà dell’individuo rappresentato oppure l’interesse patrimoniale dei successori.


Regole ancora frammentarie

In Italia esistono strumenti che consentono ad alcune persone di esercitare determinati diritti sui dati di chi è deceduto. Manca però un sistema unico e il quadro si complica perché molti rapporti dipendono dai contratti sottoscritti con società che applicano norme di altri Paesi.

Confortini sottolinea che la disciplina deve distinguere anche tra il contenuto di una comunicazione e le informazioni che la descrivono. Sapere che un messaggio è stato inviato da una certa persona in una determinata data non equivale ad aprirne il testo, che potrebbe contenere elementi strettamente riservati.

Tra le ipotesi di lavoro c’è la progettazione di programmi capaci di filtrare automaticamente i materiali, lasciando agli eredi soltanto ciò che non ha carattere confidenziale. Al diritto spetterebbe stabilire titolari e condizioni dell’accesso; agli specialisti informatici, invece, tradurre quei criteri in strumenti concreti.


Il Centro riunisce competenze diverse

Il tema sarà affrontato a Roma il 30 settembre e il primo ottobre, durante l’inaugurazione del Centro Jean Monnet dell’Università Pegaso, nella sede di Piazza Santi Apostoli 49. L’incontro potrà essere seguito anche a distanza, mentre la seconda giornata comprenderà una lezione pubblica di Andrea Lavazza, professore di Filosofia morale.

L’iniziativa, aperta dal rettore Pierpaolo Limone, riunirà esperti di diritto, filosofia, economia, scienze sociali e tecnologie dell’informazione. Tra i partecipanti sono previsti Vincenzo Zeno-Zencovich, Anna Chimenti e docenti provenienti da Atene, Lille, Kyiv, Maastricht, Oxford, Madrid, Londra ed Edinburgo.

“Il diritto, da solo, non può trovare tutte le risposte”, osserva Confortini. L’obiettivo è quindi far dialogare discipline differenti per affrontare problemi che la normativa non ha ancora regolato in modo stabile, compresi quelli legati alla replica artificiale della personalità.


Come preparare le proprie volontà

Chi vuole organizzare in anticipo la gestione della propria vita digitale può affidarsi al testamento e indicare una persona incaricata di attuare le disposizioni relative ai dati e ai profili. Non esiste tuttavia, in Italia, un archivio centralizzato che raccolga queste istruzioni.

Alcune piattaforme offrono funzioni specifiche: Meta consente di designare un contatto erede, mentre Google permette di impartire indicazioni sull’utenza e sulla cancellazione o sul trasferimento di determinati dati. Servizi analoghi sono disponibili anche su altre piattaforme, con modalità differenti.

Poiché il testamento viene utilizzato da una parte limitata della popolazione, secondo Confortini servono soprattutto regole automatiche valide nei casi in cui il titolare non abbia lasciato indicazioni. Senza criteri di questo tipo, la sorte di messaggi, archivi e profili rischia di dipendere esclusivamente dalle condizioni stabilite dai singoli fornitori.


Dalla proprietà all’accesso

La trasformazione delle abitudini tecnologiche aggiunge un ulteriore problema. In passato cd, dischi in vinile e dvd potevano essere lasciati materialmente a familiari o amici; in seguito gli archivi musicali acquistati in formato digitale hanno sollevato dubbi sulla loro trasferibilità. Oggi molti contenuti sono disponibili soprattutto attraverso abbonamenti.

“Stiamo passando dalla proprietà all’accesso”, afferma la direttrice del Centro. Un contratto può stabilire che la possibilità di utilizzare un servizio termini con la morte del titolare, lasciando agli eredi non il contenuto, ma soltanto l’incertezza sulla sua conservazione.

Anche negli Stati Uniti il tema è stato affrontato prima che altrove, dopo i primi casi emersi più di dieci anni fa. La Uniform Law Commission ha elaborato una disciplina adottata in larga parte dei singoli Stati, introducendo tra l’altro una distinzione tra dati descrittivi delle comunicazioni e loro contenuto. Resta però aperta la domanda centrale: quali parti della vita digitale debbano sopravvivere e chi abbia il diritto di deciderlo.

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