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Attualità 2 min di lettura1 ora fa

Dal 2030 tetto europeo allo spazio vuoto nei pacchi

Lo studio Liuc-Tecniche Nuove collega il fenomeno alla gestione del rischio e segnala nuovi limiti europei dal 2030.

Pacchi sovradimensionati, cartone inutilizzato e materiali di riempimento sono tra gli effetti dell’espansione degli acquisti online. Una ricerca del Green Transition Hub della LIUC Università Cattaneo, condotta con Tecniche Nuove, ricostruisce cause e dimensioni dell’overpackaging nella logistica dell’e-commerce.

Il problema non riguarda soltanto i rifiuti prodotti nelle abitazioni. Secondo lo studio, gli imballaggi eccessivi derivano soprattutto dalla necessità degli operatori di proteggersi dall’incertezza, in una filiera dove scambio di informazioni e coordinamento risultano ancora limitati.

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Quanto pesa l’imballaggio in eccesso

L’e-commerce rappresenta più del 23% delle vendite al dettaglio nel mondo e, secondo Statista, potrebbe oltrepassare i 5mila miliardi di dollari entro il 2030, con un incremento annuo vicino al 9%. Milioni di articoli vengono spediti in confezioni singole, spesso con spazi vuoti rilevanti.

In più della metà delle consegne, l’aria occupa oltre il 25% del volume complessivo. Il consumo annuo di cartone superfluo raggiunge così 150mila tonnellate, per una spesa superiore a 31 milioni di euro. Dal 2030, inoltre, il regolamento europeo PPWR fisserà un tetto del 50% allo spazio vuoto negli imballaggi per il trasporto e imporrà una quota minima del 40% di confezioni riutilizzabili per la stessa funzione.


La gestione del rischio nella filiera

Alessandro Creazza, direttore del Green Transition Hub della LIUC e docente associato di logistica e gestione della catena di approvvigionamento, spiega che informazioni di prodotto non sempre attendibili, tempi di preparazione ridotti a poche ore e ordini molto variabili spingono le aziende a imballare sulla base dell’ipotesi più cautelativa. «L’aria si spedisce, ma non si misura», rileva la ricerca.

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L’indagine è stata articolata in due fasi: prima sono stati ascoltati dirigenti di imprese attive nella logistica dell’e-commerce, poi aziende del comparto. I risultati indicano che il fenomeno è conosciuto, ma raramente quantificato e quasi mai disciplinato nei contratti.


Pochi indicatori nei contratti

Due imprese su tre non rilevano l’overpackaging. Soltanto una su quattro controlla il rapporto tra il volume del pacco e quello del prodotto, parametro considerato più vicino ai criteri fissati dal regolamento europeo.

Il 74% delle aziende non inserisce alcun indicatore relativo agli imballaggi nei contratti con i fornitori di servizi logistici. Meno di una su dieci, il 9%, collega invece questi aspetti a sanzioni o incentivi. Il prezzo dello spazio inutilizzato ricade sul committente attraverso le tariffe calcolate anche in base al volume, mentre corrieri e operatori vedono quotidianamente lo spreco senza avere una convenienza diretta a ridurlo.

La ricerca descrive infine una filiera divisa tra funzioni poco comunicanti: chi individua l’eccesso non dispone degli strumenti decisionali, mentre chi può intervenire spesso non ha visibilità sul problema.

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