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Attualità 2 min di lettura12 ott

Cuba apre agli investitori, ma il petrolio resta dello Stato: cosa cambia

L’Avana rinnova le norme su petrolio e gas con contratti fino a 40 anni, proroghe e vincoli sulla proprietà dei giacimenti

La crisi energetica spinge Cuba a cercare nuovi capitali per rilanciare l’esplorazione e l’utilizzo delle risorse di petrolio e gas. Il nuovo quadro normativo consente una partecipazione più ampia delle imprese straniere, ma lascia saldamente nelle mani pubbliche la titolarità dei giacimenti e le decisioni legate alla sicurezza energetica nazionale.

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Più spazio alle imprese straniere

Il decreto-legge 135 del 2026, insieme al regolamento collegato, introduce diverse formule per organizzare la collaborazione tra aziende cubane e operatori internazionali. Tra queste figurano i contratti di produzione condivisa, che possono durare fino a 40 anni e arrivare, con una proroga, a un massimo di 50.

La riforma prevede anche concessioni petrolifere della durata massima di 30 anni, rinnovabili secondo quanto stabilito dalla normativa, oltre a contratti per la fornitura di servizi. L’obiettivo è rendere più flessibili le operazioni di ricerca e sfruttamento degli idrocarburi, in un comparto penalizzato dalle difficoltà del sistema energetico cubano.


La proprietà resta pubblica

L’apertura ai capitali esteri non modifica il principio centrale fissato dalla legge: i giacimenti rimangono di proprietà esclusiva dello Stato. Le società coinvolte potranno quindi operare attraverso gli strumenti contrattuali previsti, senza acquisire la titolarità delle risorse presenti nel sottosuolo.

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L’amministrazione cubana conserva inoltre il diritto di acquistare in via prioritaria il petrolio necessario a garantire il fabbisogno e la sicurezza energetica del Paese. Il provvedimento stabilisce anche tetti per il recupero delle spese sostenute dagli operatori, impone obblighi di tutela ambientale e sottopone a verifica il trasferimento dei profitti fuori da Cuba.


Abrogate le norme storiche

Con l’entrata in vigore immediata del nuovo sistema vengono cancellate la legge sui minerali combustibili del 1938 e la legge 635 del 1959. La sostituzione di queste disposizioni aggiorna la base giuridica con cui il Paese disciplina le attività petrolifere e del gas.

La riforma punta così a combinare due esigenze: da una parte attirare investimenti e competenze dall’estero, dall’altra mantenere il controllo pubblico sulle risorse strategiche e sulle quantità di greggio destinate al mercato nazionale. Le modalità operative saranno definite dai singoli accordi stipulati nel rispetto dei limiti fissati dal decreto-legge e dal relativo regolamento.

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