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Congresso Usa ai democratici, Trump perde nomine e fondi

La maggioranza dell’opposizione potrebbe bloccare giudici, stanziamenti per l’Iran e aumento del limite sul debito

Una maggioranza democratica in entrambe le camere del Congresso ridurrebbe i margini di manovra di Donald Trump su nomine, bilancio e debito pubblico.

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I poteri che resterebbero

Il presidente conserverebbe però gli strumenti dell’esecutivo già utilizzati per attuare la propria agenda senza passare dal Congresso. Ordini presidenziali, proclami, emergenze nazionali e controllo delle agenzie federali resterebbero a sua disposizione.

Non verrebbero meno neppure i dazi contro i Paesi considerati ostili né la linea rigida sull’immigrazione, sostenuta da fondi già approvati. Trump ha inoltre promesso di diventare «Mr. Veto», respingendo le leggi votate da un Congresso a guida democratica.


Nomine e Corte Suprema

Il primo scontro riguarderebbe il Senato. Chuck Schumer ha avvertito che molti dei candidati scelti dall’amministrazione potrebbero non ottenere l’approvazione: «Se i candidati sono pessimi come quelli attuali, ben pochi di loro ce la faranno. Un nuovo Hegseth, scommetto che non passerebbe al Senato».

A rischio ci sarebbero quasi cinquanta incarichi nei tribunali federali di primo grado e nelle corti d’appello. La posta più alta, tuttavia, sarebbe la Corte Suprema: nei prossimi due anni Clarence Thomas e Samuel Alito potrebbero lasciare il loro posto, per ragioni anagrafiche o per scelta politica.

Con sei giudici conservatori e tre progressisti, un’ulteriore nomina di Trump rafforzerebbe l’orientamento di destra della Corte per molti anni. Se invece i democratici conquistassero il Senato, potrebbero impedire la sostituzione di uno dei due giudici, come i repubblicani fecero nel 2016 quando Barack Obama indicò Merrick Garland.

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Bilancio, Iran e debito

La seconda area di conflitto sarebbe quella finanziaria. Già con una maggioranza repubblicana il Congresso non riuscì a garantire in tempo tutti i fondi alle amministrazioni federali: il governo rimase parzialmente fermo per 43 giorni, il periodo più lungo mai registrato negli Stati Uniti.

Un esecutivo democratico potrebbe quindi approvare ordini e decisioni politiche senza disporre delle risorse necessarie per applicarli. Sarebbero esposti gli aiuti agli agricoltori, che hanno già ricevuto 12 miliardi di dollari, e soprattutto i finanziamenti alla guerra in Iran.

A giugno Trump aveva chiesto 87,6 miliardi di dollari aggiuntivi, con circa un terzo della somma destinato direttamente alle spese del conflitto. Un Congresso democratico potrebbe negare altri stanziamenti, anche considerando che oltre il 60% degli americani si opporrebbe alla guerra.

La trattativa sul limite del debito potrebbe aprire un ulteriore fronte nel 2027. L’anno scorso il tetto è stato innalzato di 5.000 miliardi di dollari; una nuova richiesta potrebbe essere respinta o concessa soltanto in cambio di tagli e altre condizioni.

Con la perdita del controllo parlamentare, Trump non avrebbe infine la stessa libertà di ricorrere alla procedura di riconciliazione di bilancio. Il meccanismo consente di approvare alcune misure fiscali e di spesa al Senato con una maggioranza semplice ed era stato usato per varare l’One Big Beautiful Bill Act.

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