Cisgiordania in fiamme, Israele al voto: cosa può davvero cambiare
Le elezioni del 27 ottobre possono archiviare Netanyahu, ma non necessariamente la strategia militare e il controllo israeliano sui territori palestinesi.
In Cisgiordania la campagna elettorale israeliana si intreccia con una violenza sempre più evidente. Ad Abu Falah, a nord-est di Ramallah, decine di coloni con il volto coperto hanno aggredito agricoltori palestinesi durante la raccolta delle olive, incendiato alberi e picchiato Heidi Levine, fotografa statunitense di 64 anni del Washington Post. La donna, riconoscibile per il giubbotto con la scritta «STAMPA», è stata colpita anche mentre era a terra.
Il giorno successivo, nei pressi di Taybeh, altri coloni hanno bloccato e bersagliato con pietre le automobili di una delegazione diplomatica composta da rappresentanti francesi, belgi e polacchi. Nell'episodio è stato aggredito anche Bernard Baudoux, sindaco della città francese di Aulnoye-Aymeries. Sono immagini che mostrano quanto il tema dei territori occupati pesi sul futuro del prossimo esecutivo, qualunque sia la coalizione capace di governare.
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La svolta politica non basta
Anche un'eventuale uscita di scena di Benjamin Netanyahu potrebbe lasciare inalterata una parte decisiva dell'impostazione israeliana. Gadi Eisenkot e Naftali Bennett contestano al primo ministro la gestione del 7 ottobre e puntano sul ripristino della fiducia nelle istituzioni, ma condividono con lui l'idea che Israele debba conservare la possibilità di intervenire militarmente anche fuori dal territorio nazionale.
Un cambio alla guida del governo potrebbe ridimensionare il peso di Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, limitare il ruolo della destra radicale nella crescita degli insediamenti in Cisgiordania e migliorare i rapporti con gli alleati internazionali. Tuttavia, né Eisenkot né Bennett considerano la nascita di uno Stato palestinese compatibile con la sicurezza israeliana: sul futuro politico dei palestinesi, dunque, l'alternanza potrebbe produrre meno discontinuità di quanto suggerisca lo scontro elettorale.
Il conflitto ha inoltre modificato la dottrina militare del Paese. Dopo l'attacco ai kibbutz e al festival Nova si è rafforzata la convinzione che non sia sufficiente difendersi dietro una barriera: i nemici, secondo questa impostazione, devono essere colpiti prima che possano prepararsi, anche lontano dai confini israeliani.
L'esercito è così entrato in Libano e nel meridione siriano, ha condotto operazioni contro Teheran e ha mantenuto una presenza in una parte della Striscia di Gaza. Le forze israeliane restano oggi dislocate oltre tre frontiere, senza una scadenza chiara per il rientro. Il nuovo governo erediterà quindi un conflitto privo di un termine definito e il rischio che un'occupazione presentata come temporanea diventi permanente, senza affrontare le cause politiche delle guerre.
Il voto resta senza vincitori certi
Il quadro numerico non assegna una maggioranza sicura a nessuno dei due schieramenti. Per ottenere l'incarico servono 61 seggi su 120, ma le rilevazioni più recenti indicano che sia il fronte legato a Netanyahu sia i partiti ebraici contrari a lui si fermano intorno a 51 parlamentari; le liste arabe si avvicinano invece a quota 14.
Yashar risulta il partito più forte, con stime comprese fra 20 e 26 seggi. Il Likud, che nel 2022 ne aveva ottenuti 32, viene accreditato tra 18 e 20. La tenuta delle formazioni alleate consente però al blocco del premier di compensare almeno in parte la contrazione del suo partito.
A decidere la composizione della Knesset potrebbero essere le liste sospese vicino alla soglia del 3,25 per cento. Tra queste figurano People of Israel, guidata dall'ex generale Ofer Winter e schierata con Netanyahu, e i Riservisti di Yoaz Hendel. Anche un risultato di poco inferiore o superiore alla soglia potrebbe cambiare gli equilibri necessari per formare una coalizione.
Nel confronto diretto sulla carica di primo ministro, Eisenkot precede Netanyahu di sette punti nella rilevazione di Maariv: 48 per cento contro 41. Bennett arriva invece al 43 per cento, affiancando di fatto Eisenkot. Se questi rapporti saranno confermati dalle urne, il Paese potrebbe ritrovarsi senza un governo sostenuto da una maggioranza e con Netanyahu alla guida di un esecutivo provvisorio fino a una nuova consultazione.
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Chi sfida Netanyahu
Il primo ministro si presenta agli elettori con gli stessi partner che hanno sostenuto la sua maggioranza: Shas, United Torah Judaism e l'alleanza nazional-religiosa guidata da Smotrich e Ben-Gvir. La sua campagna insiste sui risultati ottenuti contro Hamas, Hezbollah e Iran, indicati come la dimostrazione di una sicurezza israeliana rafforzata e di avversari resi meno capaci di colpire.
Sul fronte opposto, Eisenkot è il candidato attorno al quale si concentra gran parte del voto contrario a Netanyahu. Ex capo di stato maggiore tra il 2015 e il 2019 e ministro nel governo di emergenza nei mesi successivi al massacro, ha creato Yashar promettendo un'indagine indipendente sugli eventi del 7 ottobre.
Bennett, premier dal 2021 al 2022 a capo di una maggioranza che comprendeva forze religiose di destra e un partito arabo, ha riunito ad aprile la propria lista con quella di Yair Lapid. Il nuovo partito Beyachad nasce dal tentativo di riproporre una formula politica simile a quella esperienza.
Completano il quadro Yisrael Beytenu di Avigdor Lieberman e i Democratici di Yair Golan, risultato della fusione tra laburisti e Meretz. Gli elettori arabi possono invece scegliere tra la Lista Comune e Ra’am, formazione guidata da Mansour Abbas.
Il nodo ancora irrisolto del 7 ottobre
Le elezioni del 27 ottobre saranno le prime dopo la tragedia del 7 ottobre 2023. Il Paese arriva al voto dopo tre anni di combattimenti su più teatri, da Gaza al Libano, dalla Siria all'Iran, e dopo la caduta anticipata della coalizione governativa, consumata soprattutto sul tema del servizio militare degli ultraortodossi.
A Netanyahu i suoi avversari imputano il fallimento dell'apparato di sicurezza, l'incapacità di leggere segnali e avvertimenti e la mancata prevenzione dell'attacco di Hamas. Il premier preferisce invece sottoporre al giudizio degli elettori la risposta militare successiva, spostando l'attenzione dai cedimenti iniziali alle operazioni condotte contro i gruppi armati e contro l'Iran.
A quasi tre anni dal massacro non esiste ancora un'indagine ufficiale. Le famiglie delle vittime chiedono una commissione statale indipendente, nominata dal presidente della Corte suprema, e la stessa soluzione è sostenuta da tre israeliani su quattro, compresa circa la metà degli elettori della coalizione governativa.
Netanyahu ha proposto un organismo i cui componenti sarebbero scelti dalla politica. Per molti cittadini, però, un simile meccanismo rischierebbe di affidare allo stesso potere chiamato a rispondere la valutazione delle proprie responsabilità. Il tema riprende la frattura già emersa prima della guerra, quando centinaia di migliaia di persone manifestavano ogni sabato a Tel Aviv contro la riforma della giustizia: in entrambi i casi, la domanda riguarda chi possa controllare e giudicare le decisioni del governo.
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