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Attualità 2 min di lettura5 giorni fa

Cani, la chiave per capire le parole passa dalle consonanti

Un esperimento su 20 persone e 20 cani mostra che gli animali individuano i confini delle parole usando soprattutto gli indizi offerti dalle consonanti.

Il cervello dei cani sembra riuscire a separare le parole all’interno del parlato continuo seguendo una strategia simile a quella umana: prestare particolare attenzione alle consonanti. Il risultato amplia la comprensione delle capacità uditive degli animali, ma non significa che possiedano un linguaggio paragonabile al nostro.


Una strategia che non richiede parole umane

La scoperta arriva da una ricerca dell’Università Loránd Eötvös di Budapest, in Ungheria, pubblicata su Science. Gli autori hanno analizzato il fenomeno chiamato consonant bias, cioè la tendenza a considerare le consonanti più utili delle vocali per riconoscere il punto in cui termina una parola e ne inizia un’altra.

Nel parlato, le vocali risultano spesso più forti e facilmente percepibili. Le consonanti, tuttavia, possono offrire una struttura più precisa per distinguere le diverse unità sonore, quasi come una trama che aiuta il cervello a orientarsi dentro una sequenza senza pause nette.

Il dato più rilevante è che questa modalità di analisi non appare legata esclusivamente a una facoltà linguistica tipica della nostra specie. Secondo i ricercatori, anche un’elaborazione del parlato efficace può basarsi su regolarità acustiche generali, senza richiedere i meccanismi cerebrali specializzati che sostengono il linguaggio umano.


Il test con pseudoparole e EEG

Per verificare l’ipotesi, il gruppo di ricerca ha osservato l’attività cerebrale di 20 persone e 20 cani da compagnia. Tutti i partecipanti hanno ascoltato sequenze ininterrotte di pseudoparole formate da tre sillabe, mentre un elettroencefalogramma registrava le risposte del cervello.

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L’analisi dei tracciati ha indicato che i cani ricorrevano più spesso alle consonanti per individuare i confini tra le parole. Il comportamento, dunque, non dipenderebbe soltanto dalla capacità di riconoscere suoni già noti, ma anche dall’uso di schemi presenti nella struttura del parlato.


L’esperienza precoce non basta

Il confronto tra gli animali coinvolti ha fornito un ulteriore elemento. La preferenza per le consonanti è stata rilevata sia nei cani cresciuti in famiglia, abituati alla voce umana fin dai primi mesi, sia in quelli che avevano vissuto i primi tre mesi per strada o in un rifugio.

Questa somiglianza rende meno convincente l’idea che il fenomeno dipenda da un meccanismo innato destinato a svilupparsi necessariamente durante una precisa finestra iniziale della crescita. Gli studiosi ritengono invece possibile che la sensibilità alle consonanti maturi attraverso un apprendimento più generale, alimentato dall’ascolto ripetuto di sequenze e ricorrenze sonore.

La ricerca mostra quindi come l’esposizione quotidiana alle voci possa modellare il funzionamento cerebrale anche in una specie evolutivamente lontana dall’uomo. Non dimostra che i cani comprendano le parole nello stesso modo delle persone: indica piuttosto che possono segmentare il flusso sonoro sfruttando indizi acustici compatibili con quelli impiegati dagli esseri umani.

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