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Attualità 2 min di lettura1 ora fa

Bare cinesi, i produttori chiedono protezioni all’Ue

Aziende europee da 120 a 90 in cinque anni; importazioni cinesi a 28 milioni di euro nel 2025.

I costruttori europei di bare hanno chiesto alla Commissione europea di esaminare le importazioni cinesi e valutare misure antidumping.

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Il nodo delle importazioni

Secondo le aziende del settore, una parte dei prodotti potrebbe entrare nell’Unione europea in forma smontata. I componenti, disposti in pannelli piatti, verrebbero dichiarati come articoli generici in legno o destinati all’arredamento, per essere poi assemblati e venduti come bare finite.

Questa pratica, definita dagli operatori “scappatoia Ikea”, renderebbe più difficile ricostruire i volumi effettivi degli arrivi e applicare eventuali dazi. I produttori dovranno ora fornire alla Commissione elementi documentali sul danno subito e sul legame con le politiche commerciali cinesi.


Prezzi e chiusure in Europa

La pressione sui fabbricanti tradizionali è aumentata insieme al valore delle importazioni di casse in legno. Gli arrivi dalla Cina sono passati da 16 milioni di euro nel 2022 a 28 milioni nel 2025, quasi raddoppiando in tre anni.

Nello stesso periodo, il numero delle imprese europee attive è diminuito da 120 a 90 unità. I produttori attribuiscono il divario alla combinazione di sostegni pubblici, salari più bassi, legname meno costoso e incentivi all’export concessi dalle autorità di Pechino.

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Una segnalazione presentata dagli eurodeputati di Fratelli d’Italia al commissario europeo al Commercio Maros Sefcovic indicava costi produttivi molto diversi: circa 260 euro in Italia contro gli 80 euro cinesi. Sul mercato europeo, secondo quei dati, una bara proveniente dalla Cina può essere proposta tra 100 e 110 euro.


Dubbi su salute e controlli

Nel dossier consegnato ai funzionari comunitari compaiono anche contestazioni relative ai materiali utilizzati. I parlamentari europei sostengono che in Cina possano essere impiegate vernici vietate nell’Unione europea perché considerate tossiche.

Il timore riguarda soprattutto la cremazione: durante il processo, quelle sostanze potrebbero liberare particelle associate a rischi cancerogeni. I produttori affermano inoltre che alcuni articoli arriverebbero nei Paesi europei senza verifiche doganali sufficienti.

Nelle scorse settimane una rappresentanza delle imprese ha incontrato gli uffici della Commissione per chiedere l’avvio di un’inchiesta formale. L’ipotesi da verificare è che le merci siano vendute a prezzi artificialmente ridotti grazie a sovvenzioni statali e pratiche commerciali scorrette: per le aziende, si tratta di “concorrenza sleale”.

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