Afghanistan, l’allarme di Zahra Joya: «Le donne sono state cancellate
La giornalista afghana, oggi esule a Londra, denuncia il sistema di esclusione imposto dai talebani e chiede alla comunità internazionale di agire senza normalizzare il regime.
La comunità internazionale non può limitarsi a osservare la condizione delle donne afghane, secondo Zahra Joya. «I governi stranieri e l'opinione pubblica devono smettere di giustificare le violazioni dei diritti umani definendole superficialmente “cultura afghana”», sostiene la giornalista, che chiede di interrompere ogni percorso di normalizzazione diplomatica con i talebani e di perseguire i vertici del regime davanti agli organismi giudiziari competenti.
Joya ritiene che l’estremismo non rappresenti la società afghana, descritta invece come in larga parte favorevole a democrazia ed equità. A suo giudizio, abbandonare le donne significherebbe rinunciare a principi fondamentali condivisi dalla comunità globale.
Due battaglie, condizioni diverse
La vicenda afghana viene spesso accostata alle proteste iraniane riassunte nello slogan “Jin, Jiyan, Azadì”, cioè “Donna, vita, libertà”. Quel movimento è nato nel settembre 2022 dopo la morte di Mahsa Amini, 22enne curda fermata dalla polizia morale per il modo in cui indossava il velo.
Zahra Joya riconosce una vicinanza geografica e ideale tra le due mobilitazioni, ma sottolinea che i contesti non coincidono. «In Iran le donne vivono restrizioni pesanti, ma conservano l’accesso agli studi universitari e costituiscono più del 60% della popolazione accademica. In Afghanistan, invece, la separazione è totale», ha spiegato. Per la giornalista, neppure l’Arabia Saudita offre un paragone pienamente adeguato.
Una società espulsa dalla vita pubblica
Dopo il ritorno dei talebani, nell’agosto 2021, il potere ha adottato oltre 400 decreti. Più di cento misure, secondo Joya, riguardano direttamente le donne, escluse dalle scuole secondarie e dagli atenei, private dell’accesso a parchi e palestre e sottoposte all’obbligo di essere accompagnate da un uomo della famiglia, il mahram, per gli spostamenti.
La giornalista definisce questo impianto un vero “apartheid di genere”. Il risultato, spiega, è la costruzione di un sistema destinato ad alimentare l’analfabetismo e a cancellare diritti essenziali. «Le donne sono state di fatto cancellate dallo spazio pubblico», ha affermato, descrivendo l’Afghanistan come una prigione senza mura.
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L’esilio e la rete clandestina
Joya ha conosciuto già da bambina il primo dominio talebano degli anni Novanta. Per poter frequentare la scuola, allora vietata alle femmine, doveva vestirsi da maschio, usare il nome Mohammed e camminare per chilometri. Con il nuovo ritorno dei talebani e dopo aver ricevuto minacce di morte, ha lasciato il Paese e ha trovato rifugio nel Regno Unito.
Da Londra guida Rukhshana Media, agenzia da lei fondata, attraverso cui coordina i lavori di reporter rimaste in Afghanistan. Le loro testimonianze vengono raccolte e diffuse con modalità riservate, mentre le giornaliste continuano a lavorare esponendosi a gravi rischi.
Una denuncia riconosciuta nel mondo
La giornalista ha affidato la propria esperienza anche all’autobiografia “La ragazza scomparsa di Kabul”. Il suo impegno per la libertà di stampa e per i diritti delle donne le è valso, nel 2022, l’inserimento da parte di Time tra le 100 donne più influenti del mondo e un riconoscimento della Bill & Melinda Gates Foundation.
In un’intervista ad Adnkronos, la reporter afghana costretta all’esilio ha ribadito che il regime ha trasformato la legge in uno strumento di oppressione. A suo avviso, le donne hanno perso una generazione che sembrava destinata all’istruzione e all’autonomia; per questo ha evocato persino «una guerra civile tutta al femminile» come estrema forma di reazione alla sottomissione.
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