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Chantilly, Baba e 350 vite salvate: dentro l’oasi di Viareggio

A Fattoria Fantoni animali provenienti da storie difficili convivono senza sfruttamento, grazie a spazio, cure quotidiane e rispetto delle loro individualità.

Chantilly arrivò a Fattoria Fantoni in condizioni disperate: era gravemente denutrita, quasi incapace di scendere dal mezzo e di restare in piedi. Nel giro di circa sei mesi, grazie a un’alimentazione adeguata e a cure costanti, la cavalla anziana recuperò circa 120 chili. È uno dei salvataggi che Marco Fantoni porta più nel cuore.

L’oasi di Viareggio oggi ospita circa 350 animali, appartenenti a 50 specie diverse. Molti provengono da situazioni di sofferenza e hanno trovato un luogo in cui non vengono allevati per la macellazione né impiegati per finalità economiche.


Chantilly e Baba, due seconde vite

Tra gli animali accolti, Baba occupa un posto speciale. Il toro bianco pesa circa 800 chili e, pur non essendo stato il primo ospite in ordine di tempo, è diventato il volto più rappresentativo del progetto.

Il legame tra l’animale e Marco è fatto di gesti semplici e quotidiani. «Quando torno a casa la sera, lui mi aspetta. Mi capita di sdraiarmi accanto a lui, raccontargli la mia giornata e passare del tempo semplicemente facendogli le coccole», racconta Fantoni.

Baba era destinato alla macellazione e, secondo quanto riferito a Marco da una volontaria, gli restava circa una settimana di vita. L’inserimento nell’oasi richiese pazienza, continuità e molta cautela, perché il toro doveva imparare a riconoscere quel nuovo ambiente come un posto sicuro.


Ogni animale ha il suo carattere

La convivenza tra specie molto differenti ha modificato il modo in cui Fantoni guarda agli animali considerati tradizionalmente “da reddito”. Secondo la sua esperienza, ciascuno possiede inclinazioni, timori, abitudini e modalità proprie per costruire relazioni.

Baba, nonostante le dimensioni imponenti, vive accanto ad animali molto più piccoli senza aver mai ferito accidentalmente una gallina. Per Marco, la sua storia dimostra cosa può accadere quando a un essere vivente vengono riconosciuti tempo, fiducia, rispetto e possibilità di scelta.

Lo spazio è uno degli strumenti più importanti per prevenire tensioni. Nell’oasi, circa sessanta galli condividono la stessa area senza conflitti rilevanti: poter prendere le distanze consente agli animali di evitare lo scontro e di trovare un proprio equilibrio.

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Da un terreno per i cani all’oasi

Prima della nascita della fattoria, Fantoni lavorava già da circa diciotto anni nel settore della ristorazione. Il rapporto con gli animali, però, lo accompagnava da sempre, anche grazie all’educazione ricevuta dalla madre, che gli aveva trasmesso il rispetto per ogni creatura.

Dopo un incidente avvenuto durante una lite tra cani, nel quale riportò ferite gravi alle mani e l’amputazione di una falange, Marco decise di cercare un appezzamento dove lasciare liberi i propri animali. Quella necessità personale divenne gradualmente un progetto molto più ampio.

L’idea di proteggere gli animali affonda le radici anche in un ricordo d’infanzia. Nella casa di famiglia sul lago di Gramolazzo, Marco liberava i conigli allevati dallo zio paterno e destinati al consumo: da bambino pensava che, riuscendo a farli scappare, avrebbe impedito che venissero mangiati.


Una convivenza costruita con pazienza

I primi ospiti furono due caprette, seguite da quattro galline, due maiali e tre oche. L’aumento degli animali rese presto necessario trasferirsi in un terreno più grande, reso possibile anche dall’incontro con Tiziana, figura centrale nella nascita e nello sviluppo della realtà.

All’inizio Fantoni temeva che i suoi cani potessero rappresentare un pericolo per le galline. Poi osservò comportamenti diversi da quelli che si sarebbe aspettato: animali di specie differenti mangiavano insieme, riposavano vicini e utilizzavano gli stessi spazi senza aggredirsi.

Ogni nuovo arrivato viene accompagnato attraverso un periodo di inserimento. L’animale deve familiarizzare con il luogo e con gli altri ospiti, mentre chi se ne prende cura osserva reazioni e rapporti per favorire una convivenza sicura.

Per Baba, il percorso fu particolarmente delicato. Veterinari e conoscenti avevano manifestato perplessità sull’accoglienza di un toro tanto grande, ma Marco scelse comunque di intervenire, convinto che quell’animale avesse ancora la possibilità di conoscere una vita diversa.

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